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venerdì 19 marzo 2021

Cosa avrebbe fatto San Giuseppe, se fosse vissuto in questo tempo?

Un anno dedicato a San Giuseppe

Dialogo fra un padre e San Giuseppe su famiglia e pandemia 

Vivendo a Loreto, abbiamo la grazia di poter andare spesso a pregare fra le mura della Santa Casa, toccando quei mattoni che sono stati testimoni della vita della Santa Famiglia. Nel silenzio di quel luogo sacro, con la mano appoggiata sui freddi mattoni, mi rivolgo spesso a San Giuseppe, l’uomo che senza voler capire, ha lasciato completamente le redini della sua vita nelle mani di Dio.

Chiedo a lui la forza del silenzio, per saper tacere quando invece l’impeto irrazionale mi porterebbe ad arrabbiarmi fuori misura e a dire cose che in realtà non penso. Chiedo a lui l’umiltà che mi consenta di mettere da parte il mio io, per far spazio alla volontà del Signore, al suo progetto d’amore per me, per il nostro matrimonio, per i nostri figli. E chiedo a lui la saggezza e la capacità di guardare sempre a mia moglie e ai miei figli con quello sguardo d’amore che lui ha sempre avuto per Gesù e Maria. Gli parlo, mi confido, chiedo consigli, soprattutto nei momenti più difficili delle relazioni familiari.

Le tre pareti originali della Santa Casa di Nazareth a Loreto

Domenica in zona rossa

Domenica scorsa mi sono svegliato presto, il cane aveva bisogno di uscire, e sono rimasto in piedi a preparare la colazione. Mentre trafficavo con pancakes ed arance da spremere, ho iniziato a pensare ad un’ennesima domenica da passare chiusi in casa, in zona rossa, con una figlia grande che non vedo da quasi due mesi e due ragazzi chiusi in casa davanti agli schermi di questi computer da troppo tempo.

Li vedo perdere lentamente l’interesse per ogni cosa. Stanno perdendo l’entusiasmo, la voglia di fare, di creare, persino di uscire di casa. Questo incubo dura da troppo tempo, stiamo rubando loro il tempo più bello, quello più importante per la loro crescita. Hanno bisogno di interagire, incontrarsi, scontrarsi, innamorarsi, confrontarsi. E invece li abbiamo rinchiusi fra quattro mura davanti ad una scatola che pretende di istruirli, stiamo trasformando le loro relazioni in messaggi di testo, le loro emozioni in emoticon, le loro esperienze in informazioni dettate da un mondo irreale.

Il dialogo

Alzo gli occhi e gli chiedo: "San Giuseppe, ma se tu fossi vissuto in questo tempo, cosa avresti fatto?"

La prima risposta che mi viene in mente è: “Sarei scappato, come sono scappato in Egitto per salvare Gesù bambino”. Già, scappare, ma questo io l’ho già fatto. Sono scappato dal Rwanda con Valentina durante la guerra per portarla in salvo ricominciando da zero. Ho messo la famiglia su un aereo e li ho portati fuori dal paese in cui vivevamo nel 2013, quando qualcuno ha deciso di appropriarsi di tutto quello che avevamo costruito con il nostro lavoro e i nostri sacrifici passando anche sopra i nostri corpi se necessario. Ho abbandonato tutto ancora una volta per il bene di tutti noi. E abbiamo ricominciato.

Ma lui continua a parlare: “Sì, ma poi sono tornato…”
È vero, hai seguito le indicazioni di Dio e hai portato Gesù a Nazareth, perché si compisse la profezia. Gli hai insegnato a camminare, a lavorare, ad essere un uomo. L’hai cresciuto in sapienza, età e grazia, tenendolo per mano.

E io, cosa posso fare?
“Fai come me, non farti troppe domande, fai sempre del tuo meglio, e lascia fare a Dio”.
San Giuseppe l'uomo dei sogni

Mi viene in mente la figura di San Giuseppe dormiente, l’uomo dei sogni con i piedi ben piantati per terra. Era proprio nei sogni che Dio gli parlava. Un’immagine che suggerisce appunto la calma e la volontà di San Giuseppe di “dormirci su”, di non prendere decisioni avventate, di lasciarsi guidare, e lasciar fare a Dio che a suo tempo compie ciò che è meglio per noi.

San Giuseppe si è affidato completamente a Dio, gli ha donato la sua vita, e ha avuto la grazia, il privilegio e l’onore di crescere il figlio di Dio, di essere la sua prima guida su questa terra, di tenerlo fra le braccia, di coccolarlo, di giocarci. La santa famiglia non era certo ricca, ma non mancava loro nulla, perché avevano l’Amore e Dio non ha fatto mai mancare loro la sua Provvidenza.

La risposta

E io, mi fido ancora di questo Amore, credo davvero alla Provvidenza? Ecco la risposta, ecco la guida: “Affidati”. Che non significa, fregatene, perché tanto ci pensa Dio, ma significa non essere ansioso. Tutti sbagliamo, tutti diciamo e facciamo cose di cui ci pentiamo.

San Giuseppe ci insegna ad amare e a donarci. Amare senza condizioni nostra moglie, proteggere e difendere la nostra famiglia, essere un esempio di fede e integrità per i nostri figli. Donare noi stessi, il nostro tempo, il nostro amore, le nostre attenzioni, anche i nostri difetti, perché vedendoli e riconoscendoli, i nostri figli capiscano che anche un uomo a volte può essere fragile, anche un uomo può avere momenti di debolezza, anche un padre può sbagliare.

L’impegno

Cari padri, in questo anno dedicato a San Giuseppe, nel giorno della sua festa, prendiamoci questo impegno: quando saremo assaliti dai “perché” e dai “se”, fermiamoci, volgiamo lo sguardo a lui, e riascoltiamo le parole di Gesù: «Non preoccupatevi dunque dicendo: “Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?”. Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno. Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta». Mt. 6, 31-33

Buona festa


martedì 5 gennaio 2021

The Family Man


La bellezza della famiglia

Svegliarsi una mattina e ritrovarsi nella vita che avresti potuto vivere se avessi fatto scelte diverse

Questo film era nella lista di quelli da vedere già da un po’, ma poi per un motivo o per l’altro è sempre rimasto lì, fino a qualche sera fa. Eravamo con una coppia di sposi amici e fratelli, che avevano visto il film qualche giorno prima e Fabio se ne esce con una delle sue domande: “Fino a che punto saresti pronto a sacrificare qualcosa a cui tieni per amore di tua moglie?"

Una domanda, una delle tante che affollano i nostri pensieri. Una di quelle che ci fa fermare a riflettere. Proprio come il film che ruota appunto attorno ad una domanda che almeno una volta nella vita ci siamo posti tutti.

“Come sarebbe stata la mia vita se…”

Sì perché almeno una volta nella vita ci siamo tutti trovati davanti una scelta che, più o meno consapevolmente, avrebbe potuto cambiare il nostro futuro, la nostra condizione, il nostro carattere ed il modo di affrontare le situazioni.

Ed è proprio da qui che inizia il film, da una scelta che cambierà completamente la vita del personaggio principale. Una coppia di fidanzati all’aeroporto. Lui sta partendo per Londra, per un lavoro, per dare inizio alla sua carriera. Biglietto, passaporto e carta d’imbarco in mano. Lei lo guarda, gli occhi le si riempiono di lacrime e trova il coraggio di chiedergli di non partire perché sente che quell’aereo che sta per decollare si porterà via il loro futuro insieme. Non le importa delle loro possibili carriere, del successo personale, del futuro nella city. “Io scelgo noi” Queste sono le ultime parole che riesce a pronunciare prima di vederlo girarsi ed entrare nel tunnel d’accesso all’aereo.

Successo o Famiglia

Ed ecco la svolta, tredici anni dopo Jack ha tutto (o quasi) quanto un uomo potrebbe desiderare:  una Ferrari, un costoso attico e un lavoro grazie al quale sta per guadagnare altre montagne di soldi. Per lui il lavoro è tutto, perciò anche costringere colleghi e subordinati a lavorare a Natale senza interessarsi minimamente del fatto che abbiano una famiglia non è un problema.

La sorpresa

Ma la vita gli riserva una sorpresa. Proprio la mattina di Natale Jack si risveglia in una vita che non è affatto quella vissuta fino a quel momento; l’attico a New York è diventato un disordinato appartamento nel New Jersey, e accanto a lui c’è Kate, la sua ex fidanzata lasciata al momento di trasferirsi a Londra per lavoro. Come se non bastasse Jack si scopre anche padre di due bambini.

E lo squalo di Wall Street si ritrova di colpo padre di famiglia. Hanno così inizio una serie di incredibili sorprese, attraverso le quali Jack si troverà a rivalutare la sua vita, desiderando di poter tornare indietro e rimediare all’errore di aver lasciato Kate, mai realmente dimenticata.

D’accordo, in poche righe sono riuscito a “spoilerare” la trama del film, ma credetemi vale davvero la pena di sedersi comodi in poltrona e goderselo, perché è un film che ti porta a riflettere sulla tua vita, sulle tue scelte e su ciò che ha davvero valore.

Un film che ha dato ancora più sapore alle scelte fatte da Diane e me nella nostra vita insieme. Scelte difficili, a volte sofferte, ma che ci hanno sempre portato a mettere la famiglia davanti al lavoro, alla carriera, al successo, anche quando apparentemente non ci mancava nulla, anche quando la vita stava puntando in alto, la carriera stava per spiccare il volo.

Il lettone con i figli

Io scelgo noi

Se sei un uomo e stai leggendo questo articolo sai di cosa parlo. Sai che non c’è niente di più bello e più appagante al mondo che svegliarsi la mattina accanto alla donna che ami, sai che non c’è niente di più emozionante di vedere un figlio crescere. Sai che un giorno ti mancheranno quelle domeniche mattina in cui il lettone si riempiva con i figli che iniziavano a saltare da una parte all’altra.

Conosci quel formicolio allo stomaco che ti prende ogni volta che tua moglie si prepara per uscire e tu sai che nessuna è più bella di lei. Hai stampati nella mente e nel cuore il viso e gli occhi pieni di gioia dei tuoi figli mentre scartano i regali la mattina di Natale. Ti stai ancora asciugando le lacrime che hanno bagnato di commozione i tuoi occhi nei giorni più importanti della vita dei tuoi figli. La prima volta che li hai presi in braccio, il primo pannolino, il loro battesimo, la prima comunione, la prima volta che li hai visti indossare la divisa della loro squadra e scendere in campo, o un tutu per la danza. La prima volta che hanno suonato uno strumento in pubblico. Quando hai accompagnato tua figlia all’altare.

Sai che per quelli come noi, essere un vero uomo non significa sacrificare la famiglia per la carriera, o per i tuoi hobbies e i tuoi interessi. Sai che ciò che fa di te un uomo è sacrificare, far morire una parte di te, per far nascere il tuo matrimonio, per far crescere la tua famiglia, per dare vita a tua moglie ed un futuro ai tuoi figli.

Essere un uomo per noi significa essere un “family man”, un padre di famiglia, e sapere che tutto ciò di cui abbiamo bisogno, ce lo abbiamo sotto gli occhi, si sveglia con noi ogni mattina e si addormenta con noi ogni sera.

Riscopriamo la bellezza di essere mariti, di essere padri. Apriamo gli occhi e il cuore e rendiamoci conto che siamo stimati, a volte persino invidiati per quello che abbiamo. Non corriamo il rischio di giocarci tutto per qualcosa di effimero e insignificante, solo perché non apprezziamo la ricchezza che abbiamo.

La tua famiglia è la tua ricchezza.

mercoledì 23 dicembre 2020

Hanno rubato il Natale

 Adoriamo il Signore che nasce in una mangiatoia

Non sono la pandemia e le restrizioni a toglierci il Natale

Serata tipica di una famiglia in questo periodo natalizio, o almeno della nostra famiglia. Pizza e film natalizio seduti comodi sul divano. Ne abbiamo fatto una scorpacciata. Tutti bellissimi, tutti o quasi americani, tutti pieni di buoni sentimenti.

Dal film sulla base americana nel pacifico da cui partiva l’operazione “Christmas Drop” per paracadutare pacchi regalo sulle isole alle popolazioni bisognose, al film in cui Babbo natale è costretto a scendere sulla terra per trovare le medicine per i suoi elfi ammalati e salvare il Natale. Dal cartone animato candidato all’Oscar all’erede di Babbo Natale che non vuole calarsi nel ruolo e scappa sulla terra lasciando alla sorella il compito di salvare il Natale.

Una scelta difficile fra le tantissime proposte. Film che ci ricordano lo Spirito del Natale, che ci raccontano storie surreali e dolcissime su Babbo Natale, che ci parlano di desideri, doni, solidarietà, amore. Di festa.

Una festa di cui però sembrano aver dimenticato il festeggiato. Forse qualcuno l’ha dimenticato, o forse stanno cercando di farlo dimenticare a più persone possibile, ma il Natale è la festa che ricorda la nascita del Nostro Signore Gesù. Non è la festa dell’albero o di quell’uomo vestito di rosso. Festeggiamo il Natale perché festeggiamo la nascita di Gesù bambino, e chiunque cerchi di raccontarci una storia diversa ci sta dicendo bugie, ci inganna, ci vuole rubare il vero Spirito del Natale, che è il miracolo dell’Incarnazione ad opera dell’unico Spirito del Natale, lo Spirito Santo.

Film perfetto perché i più piccoli, ma anche grandi, comprendano il vero significato del Natale

In questo senso “Il Natale di Angela” è il film perfetto perché i più piccoli, ma anche noi grandi, comprendano il vero significato del Natale.

Lo dice la parola stessa. Natale, dal latino natalis, che riguarda la nascita. Noel, in francese, ha la stessa derivazione. La parola inglese Christmas è l’abbreviazione di “Cristes maessam”, la messa del Cristo ma con il senso allargato di "celebrazione", "festività liturgica", da cui, in senso letterale, "festività di Cristo".

Seduti sul divano davanti alla televisione, rinchiusi in casa per le restrizioni dovute alla pandemia, isolati con lo smartphone in mano, ci stiamo trasformando in spettatori passivi, mentre siamo stati creati ad immagine e somiglianza di Dio per essere attori protagonisti della nostra vita, iniziando dalla nostra famiglia.

Il 25 Dicembre Dio ha deciso di venire a nascere in una famiglia. Dentro quella capanna che abbiamo posto nel Presepio a casa nostra è rappresentata una famiglia. Il Natale ci svela verso Chi dobbiamo guardare. Attorno a Gesù bambino c’è una Madre, Maria e c’è un padre, Giuseppe.

La nascita di Gesù è anche la nascita di una famiglia, della santa Famiglia di Nazareth. Fissiamo lo sguardo su quella famiglia, portiamola nei nostri cuori, svegliamoci dal torpore in cui stiamo cadendo. Recuperiamo la forza, la voglia e la meraviglia di essere madri, di essere padri, di essere figli. Allora ecco svelato il Natale.

Famiglia riunita per Natale

Da parte nostra vorremmo fare a tutti voi gli auguri di essere una famiglia, di diventarlo presto, di non perdere tempo in chiacchiere, di voler essere una mamma e un papà, di avere la forza e il desiderio (basta chiederlo a Lui) di essere famiglia.

Buon Natale.

venerdì 18 dicembre 2020

Ciao nonna

La pandemia Covid-19 uccide i nostri nonni

Se ne vanno lentamente, uno ad uno, in silenzio, in solitudine

Il Covid-19 solo in Italia ha già portato via più di 36.000 ultra-ottantenni. Nonni e nonne che hanno vissuto una vita incredibile, attraversato epoche diverse, visto il mondo, la società, la cultura cambiare sotto il loro occhi.

Stiamo perdendo una generazione forte sia fisicamente che nei valori. Uomini e donne che hanno lottato per quello in cui credevano, che hanno difeso la loro famiglia e il loro matrimonio contro tutto e contro tutti. Gente che ha saputo soffrire, rimboccarsi le maniche, lavorare nelle condizioni più difficili, con caparbietà, con umiltà, con sacrificio. Persone che hanno costruito con il loro sudore una società che noi stiamo troppo velocemente distruggendo.

Se ne è andata anche nonna Maria, lunedì 14 dicembre. Nella solitudine di una stanza di un ospedale Covid, accompagnata dalla tenerezza di un’infermiera che le teneva la mano. Un angelo che ogni giorno accarezza la vita di questi anziani, soffre con loro, spera per loro. Una donna che riporta a casa ogni giorno la tristezza per troppe persone che non ce l’hanno fatta.

Se ne è andata una bis-nonna che aveva sempre un sorriso meraviglioso, lo smalto rosso, gli orecchini e una goccia di buon profumo. Una donna che a novantasei anni giocava ancora a burraco e… vinceva quasi sempre.

Era nata subito dopo la prima guerra mondiale, in quell’Italia che si apprestava a vivere il ventennio fascista, in un paesino della campagna marchigiana, in una famiglia di proprietari terrieri. Ha visto il mondo cambiare, ha attraversato una guerra, conosciuto la paura, l’incertezza del domani. Suo padre fu il primo nella zona ad acquistare un’automobile in un tempo in cui la domenica per andare alla messa si facevano chilometri e chilometri a piedi, e poi a settanta sei anni si è seduta su un aereo per venire a trascorrere il Natale con me in Pakistan, un paese dove ha conosciuto una cultura ed uno stile di vita che l’hanno meravigliata, sconcertata.

Mi raccontava delle serate passate sull’aia con i vicini davanti all’unico televisore a vedere canzonissima, delle feste che seguivano “la pista”, l’uccisione dei maiali e la preparazione di prosciutti, salami e tutto quello che si poteva fare con un animale di cui a quel tempo non si buttava via nemmeno il sangue che veniva fritto e mangiato sul pane.

Si alzava prestissimo la domenica mattina per preparare dei pranzi incredibili per tutta la famiglia. Lasagne o cappelletti in brodo, rigorosamente fatti a mano, pollo e agnello fritto, olive e crema ritta e l’immancabile ciambellone. A carnevale poi preparava la migliore cicerchiata che si potesse sognare.

Amava il suo terrazzo pieno di fiori, la sua casa sempre perfetta, ma parlava poco del suo passato. A differenza di nonno che l’ha preceduta in cielo ventisei anni fa, lei non amava troppo raccontare, viveva nel presente.

L’abbiamo salutata ieri con una bella messa celebrata nella sua parrocchia con canti e preghiere. C’erano i cinque pronipoti. La più grande, trent’anni, ha preparato e letto un elogio funebre che sembrava essere un dipinto per la sua dolcezza e tenerezza. Il più piccolo, dieci anni, aveva gli occhi lucidi ed ha riempito di baci quel legno che accoglieva il suo corpo. L’abbiamo consegnata al Signore “su ali d’aquila” con la certezza che da oggi tutti noi avremo un’anima che prega ed intercede per noi nella gloria di Dio perché:

Gesù le disse «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno». Gv. 11, 25-26

venerdì 25 settembre 2020

Sai che musica ascoltano i tuoi figli?


Chi sono gli idoli dei nostri figli? Che canzoni ascoltano?

Chi sono i loro idoli? Di cosa parlano le canzoni che ascoltano?
C'è un universo musicale che viaggia solo online e che ogni genitore dovrebbe conoscere

Papà, mamma sentite se vi piace questa canzone!

Ha nove anni, è seduto sul sedile posteriore della macchina insieme al fratello mentre rientriamo da un breve viaggio, chiede il telefono della mamma per farci ascoltare una canzone del cantante preferito della sua compagna di scuola.

Parte la canzone, un rap, o meglio, un trap, generi che non sopporto. Ascolto un po’ il ritmo ripetitivo, le parole ambigue e sento che c’è qualcosa che non va. “Spegni che non mi piace proprio”, lui non è contento ma obbedisce. Chiedo il nome del cantante e finisce lì.

Il giorno dopo sono in ufficio, pausa pranzo, e decido di capirci un po’ di più. Digito il nome sulla tastiera, e cercando nei siti giusti mi si apre un mondo.

tha Supreme - il cartoon in felpa viola

Il progetto artistico più seguito dai bambini maschi dagli 11 ai 13 anni è tha Supreme. Lo chiamo progetto artistico perché in realtà nessuno ha mai visto il volto di questo ragazzo, classe 2001, sconosciuto o quasi a chi ha più di 25 anni, ma a quanto pare molto noto ai bambini dalle scuole elementari o primarie che dir si voglia. Tha Supreme si presenta nei video come un personaggio di un cartone animato. Il suo avatar è un ragazzino con la felpa viola, le scarpe di due colori diversi, un po’ santo con l’aureola e un po’ demonio con le corna. Sembra faccia il beatmaker da quando aveva 12 anni, che abbia lasciato la scuola a 15 per fare musica, e che poi a 16 anni Salmo l’abbia voluto come producer per “Perdonami”.

E se conoscete chi è Salmo e cosa canta nelle sue canzoni, questo dovrebbe già bastare per far suonare tutti gli allarmi. Se avete tempo e voglia andate a cercare i testi delle sue canzoni e troverete maschilismo, attacchi alla chiesa, satanismo, droga e chiaramente tutto il panorama di parolacce e riferimenti sessuali espliciti che potete immaginare.


tha supreme il cartoon in felpa viola

Ma torniamo a tha Supreme: il personaggio è misterioso, non rilascia quasi mai interviste, e le informazioni che si trovano su di lui provengono da articoli che sono praticamente tutti uguali. Sono scritti quasi tutti in modo simile, e dicono più o meno le stesse cose, tanto che sembrano praticamente presi e incollati da una cartella stampa.

I temi delle canzoni

Un progetto artistico che ha al centro temi quali la droga e il sesso. Certo anche negli anni settanta c’è stata l’ondata del “sesso, droga & rock’n’roll”, ma il pubblico di riferimento di quella cultura e di quella musica non erano certo i bambini delle elementari.

La canzone di punta di tha Supreme si intitola «blun7 a swishland» dove «swishland» è il mondo immaginario in cui lui si immedesima dopo aver fumato, in cui si ritrova immerso nel produrre la sua musica (cf genius.com). In questa canzone racconta di come si prepara una massiccia dose fumo psicotropo «il blunt», svuotando un sigaro detto «swisher», e riempiendolo interamente di cannabis.

La droga è il suo mondo. I video di «m8nstar» e «blun7 a swishland» hanno nel fumo il loro asse narrativo, e spinelli e pasticche compaiono in praticamente ogni video. In una storia Instagram, fa vedere ai suoi fans che per fare musica usa la cosiddetta «purple drank», una droga ricreativa composta da una mistura a base di sciroppo per la tosse con codeina e una bibita gassata. Peccato che a luglio scorso due quindicenni di Terni sono morti proprio per un errore nella preparazione di questa sostanza conosciuta grazie al mondo del Trap.

In «parano1a k1d» invece la donna-ragazza, bella e mansueta come una «cagnolina», si può avere mettendosi in fila aspettando il proprio turno: «tu vuoi quella carina, cagnolina, oh, peccato che debba prima fare la fila, tipo show».

Il marketing

Ma la macchina da guerra che lavora al progetto artistico tha Supreme non si ferma. I suoi marketing managers conoscono bene il mondo dei media di oggi: la pubblicità online e le storie Instagram sono superate. Bisogna che i “followers”, ma anche, e soprattutto, chi non ancora non conosce il personaggio, si trovi dinanzi a qualcosa di più tangibile, messo in bella vista perché diventi la moda del momento. Ecco allora l’idea di piazzare due enormi statue del cartoon un po’angelo e un po’ demone al centro di due stazioni ferroviarie importanti come Roma e Milano, dove transitano un numero immenso e variegato di persone: dal pendolare al giovane adulto, dall'uomo di mezz'età all'adolescente, quest’ultimo magari arrivato lì proprio per potersi fare una foto con la statua che rappresenta il suo idolo del momento.

Non ci scandalizziamo o spaventiamo poi se i giovanissimi volano sul pianeta swishland con un blun7 tra le dita.

Trap God e gli altri

Ma attenzione, tha Supreme non è l’unico prodotto di questo tipo di cultura che si sta cercando di imporre ai nostri figli. Prendetevi un po’ di tempo per leggere alcuni testi delle canzoni dei vari Ghali, Sfera Ebbasta, Junior Cally o Skioffi, giusto per citarne alcuni.


junior cally, skioffi, sfera ebbasta, ghali, progetti artistici con contenuti blasfemi

E soffermatevi attentamente su Trap God. Prodotto da un certo Young $atana, ha pubblicato il suo secondo album intitolato «Street Cinemv», che segue di una ventina di mesi l'album di esordio che ha per titolo una bestemmia. Pochi ammettono di conoscerlo, ma moltissimi lo ascoltano, tanto è vero che proprio il brano che ha una bestemmia per titolo è stato in cima alla classifica di Spotify-viral. Questo progetto artistico si connota per contenuti ben più forti: stupri, incesti, bestemmie, armi, sesso e minori, satanismo dichiarato, droga.

Ricordate l’episodio assurto agli onori della cronaca nazionale a giugno scorso quando un gruppo di amici ha prenotato dei tavoli presso la discoteca Kursaal di Lignano Sabbiadoro dando come nome di riconoscimento «Centro stupri», presentandosi in discoteca con le relative magliette e postando le immagini della serata sui Social? Il Questore di Udine ha sospeso per 15 giorni l'attività della discoteca per avere ammesso ed accettato una prenotazione a nome «Centro Stupri». I ragazzi che hanno organizzato la festa hanno detto «non è quello che pensiamo davvero» e «siamo mortificati, ci dissociamo totalmente da quello che abbiamo scritto e detto».

Apriamo gli occhi e le orecchie

Questa giustificazione però assomiglia terribilmente alla giustificazione sostenuta da alcuni nei confronti di questi progetti artistici di cui stiamo parlando.

Non fa alcuna differenza se un bambino o un adolescente ascolti questo tipo di prodotti perché ne condivide i contenuti o perché vuole riderci sopra con gli amici: le parole formano il pensiero, e questi lavori musicali vanno presi terribilmente sul serio perché, riescono ad aprire in maniera straordinariamente efficace strade nuove nell'immaginario dei ragazzi creando percorsi culturali che possono trasformare l’inaccettabile in accettabile sia per abitudine, per noia o semplicemente perché così fan tutti. 

martedì 21 luglio 2020

L’importanza dei limiti

Dio I limiti sono quegli argini entro cui Dio vuole proteggerci e custodirci

Dietro ogni NO che la vita ti dice si nasconde un SI' più grande


Una marca di orologi ha fatto dello slogan No Limits un brand che continua a proporre spot pubblicitari dove uomini e donne sfidano i limiti più estremi.

Viviamo in una società che ha un immenso desiderio di libertà ma non la sta necessariamente cercando nel luogo corretto, tutti con l’ansia di superare i limiti relativi a fama, successo, bellezza o denaro, a cui siamo appunto costantemente chiamati attraverso la pubblicità, i mezzi di comunicazione, le reti sociali, i nostri gruppi di amici, ecc.

Ma tutti gli uomini nel cuore hanno questa tentazione: l’orgoglio di poter vivere senza limiti (confini) pensando che questo darà loro la felicità e il benessere.

“Dipende solo da te” mi ripetevo costantemente qualche anno fa, e continuavo a testa bassa, rischiando di trattare male anche le persone che mi stavano più vicine, fregandomene dei loro bisogni. L’arroganza e la superbia ci illudono di poter controllare tutte le cose.

L'elefante del circo


Ricordate la storia dell’elefante del circo raccontata da Jorge Bucay? Era sempre legato a un piccolo palo, ma non fuggiva mai. La storia era semplice:
L’elefante del circo non fugge perché è legato a un palo simile fin da quando era molto piccolo. Sono certo che all'inizio l’elefantino ha spinto, ha tirato, ha sudato cercando di slegarsi, ma nonostante tutti i suoi sforzi non ci è riuscito. Il palo era sicuramente troppo forte per lui. Giurerei che sia andato a dormire stremato e che il giorno dopo abbia riprovato, e anche quello successivo e quello dopo ancora… Finché un giorno, un giorno terribile per la sua storia, l’animale ha accettato la sua impotenza e si è rassegnato al suo destino. Quell'elefante enorme e potente che vediamo al circo non fugge perché pensa di non poterlo fare”.

Ma io non ero come quell'elefante e anche se ero convinto che qualcuno aveva cercato di delineare i miei limiti molto prima che lo facessi io, ho spezzato quella catena, ho sfidato i limiti, oltrepassato i confini. Ho ceduto alla menzogna presentata dal serpente perché era attendibile, perché attraverso la seduzione e l’ambiguità mi sussurrava una mezza verità, facendo diventare gli argini un’ossessione. Ho ceduto lentamente, passo dopo passo, superando un limite dopo l’altro, oltrepassando un confine dopo l’altro…

No Limits…

Poi però il limite è arrivato e quella mania di grandezza si è sfracellata miseramente sulla realtà del mio essere creatura.

Creatura appunto, non creatore. Creatura, con un corpo limitato, una mente limitata, un tempo, una vita limitati.

Riconoscere i miei limiti, valorizzarli, accoglierli come un punto di partenza, per quanto difficile, per quanto in progress, è stato l’inizio del sentirsi veramente libero.

Il passaggio iniziale è stato riconoscere che quel limite, quel confine arrivava da Dio. Quel NO, arrivava dal Padre. Era Dio che mi stava limitando. Ma dietro quel NO, dietro quella negazione che è pesata sulla mia vita come una sconfitta, si nascondeva un SI' che Dio aveva in serbo per me, un SI' che aspettava solo una mia richiesta, un mio impegno. Quanti SI' nascosti ci sono dietro i NO che riceviamo nella nostra vita. Dio ha per me un progetto più grande di quello che io avevo pensato per me.

Il limite poi mi dà identità e mi relaziona con gli altri

Prendi un foglio di carta e disegna l’Italia. Ora guarda e ti accorgerai di aver disegnato i suoi confini. Non hai disegnato l’Italia, ma per identificarla, hai tracciato i suoi confini. Sono i confini che ne delineano l’identità. Non sono un limite ma l’espressione di una identità unica ed irripetibile.

I miei limiti sono il luogo dove termino io ed inizia l'altro
Photo by Free Photos
I miei limiti sono il luogo dove termino io ed inizia l’altro. Riconoscere i confini del mio agire significa rispettare l’altro, tanto più nel rapporto di coppia, in famiglia.

Quanto il mio modo di agire, di parlare, persino di amare si è modellato con il tempo attorno alla relazione con mia moglie, quanti limiti ci siamo “imposti” come persone e come coppia, quanti confini abbiamo disegnato intorno alla nostra relazione. E quanto importante diventa dunque l’accettazione dei limiti e dei confini per esaltare l’amore. La tenerezza nasce dall'accoglienza di quei confini segnati dai tuoi difetti, da quelli di tuo marito, di tua moglie, dei tuoi figli. E accogliendo, permetti all'altro di essere sé stesso e di sentirsi voluto bene in quel limite, oltre quel limite, nonostante quel limite. Nell'accogliere le rispettive debolezze, ci si ama e ci si custodisce in un clima di amore. Quanto diventa importante capire che i limiti, i confini, a partire da quelli che ci impone il Padre, non sono lì per impedirci di uscire, ma per proteggerci da ciò che c’è fuori.

Adamo ed Eva non erano in grado di gestire la differenza fra Bene e Male, e la loro pretesa di essere onnipotenti come Dio, e quindi eliminare il limite, gli ha solo portato dolore e sofferenza, laddove Dio invece voleva custodirli proprio con quell'argine. Perché è quando accettiamo le nostre nudità e quelle degli altri che la nostra vita può diventare un giardino dell’Eden!

Il mondo si sta muovendo sempre più velocemente verso una società “No Borders”. E non sono solo i confini che dividono le nazioni ad essere sotto attacco, ma anche i confini tradizionali che separano gli adulti dai bambini, gli uomini dalle donne, gli esseri umani dagli animali sono spesso condannati come arbitrari, innaturali e persino ingiusti.

Il mondo ha bisogno di confini


Il mondo ha bisogno di confini, noi abbiamo bisogno di confini, i bambini, i nostri figli hanno bisogno di limiti. E qui entra in gioco il delicato ruolo del genitore. I limiti che dobbiamo imporre con amore e per amore ai nostri figli, saranno fondamentali nel percorso della formazione della loro personalità, li aiuteranno ad abituarsi a confrontarsi, a ribellarsi fin dai primi, fondamentali anni di vita e poi a capire il valore stesso del limite. La tentazione di sentirsi buoni, di lasciar correre qualunque comportamento l'abbiamo provata tutti, ma non contraddire un bambino che fa i capricci per non ferirlo, concedergli tutto pensando di rafforzarlo finisce invece per privarlo di strumenti fondamentali: l’abitudine al confronto, il rispetto degli altri, la capacità di relazionarsi.

“Il limite è un dono d’amore per l’uomo, affinché non perda l’essenza della sua identità di figlio bisognoso d’amore e di relazione”.

mercoledì 25 marzo 2020

Inizia il Cammino...

Papa Francesco raccolto in preghiera nella Santa Casa di Loreto in occasione della vista del 25 Marzo 2019
25 Marzo 2019 - Papa Francesco nella Santa Casa


Inizia oggi, nel giorno della Festa dell’Annunciazione del Signore, la storia di questo blog dedicato alla famiglia. 

Inizia da qui, da Loreto, dalla collina marchigiana che ospita le mura che a Nazareth furono testimoni di quell'evento straordinario che cambiò la storia dell’umanità: il SI di una fanciulla di 15 anni che affida la sua vita al progetto di salvezza di Dio. Un progetto che ha dell’incredibile, l’incarnazione del Figlio di Dio in seno ad una famiglia, a Nazareth. Gesù è nato in una famiglia. Lui che poteva venire in modo spettacolare, come un re o un imperatore, decide di nascere in una famiglia umana in un villaggio sperduto della periferia dell’Impero Romano. Non a Roma, non nella capitale, ma in periferia, e leggendo il Vangelo ci viene il dubbio che forse non fosse nemmeno una periferia delle migliori: «Da Nazareth può mai venire qualcosa di buono?» (Gv. 1,46).
Gesù è rimasto in quella periferia per trent'anni e l’evangelista Luca ci racconta che “stava loro sottomesso”, e quel loro è riferito a Maria e Giuseppe. Gesù, il Figlio di Dio ha vissuto per trent'anni “normalmente”, in una pia ed operosa famiglia israelita dove si lavorava, dove la mamma cucinava, faceva tutte le faccende di casa, e il papà, falegname, lavorava, e insegnava al figlio, a Gesù, a lavorare.
Trent'anni in cui l’unica cosa che ha avuto importanza per Dio, per il suo progetto di salvezza era la famiglia!

Non a caso Papa Francesco ha definito la famiglia “Il sogno di Dio”.

E quanto è bello, ma anche difficile vivere un sogno…

Il 25 Marzo 2019 Papa Francesco vista il Santuario di Loreto in occasione della festa dell'Annunciazione e parla di giovani, famiglia e ammalati
Papa Francesco e i ragazzi

Durante la sua visita a Loreto, esattamente un anno fa, Papa Francesco disse che: “Nella delicata situazione del mondo odierno, la famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna assume un’importanza e una missione essenziali. È necessario riscoprire il disegno tracciato da Dio per la famiglia, per ribadirne la grandezza e l’insostituibilità a servizio della vita e della società.
Nella casa di Nazareth, Maria ha vissuto la molteplicità delle relazioni familiari come figlia, fidanzata, sposa e madre. Per questo ogni famiglia, nelle sue diverse componenti, trova qui - a Loreto – accoglienza e ispirazione a vivere la propria identità...”

Ecco, questa è la missione che abbiamo scelto per questo spazio nel web: riscoprire il disegno tracciato da Dio per la famiglia, per ribadirne la grandezza e l’insostituibilità a servizio della vita e della società, affiancando testimonianze di vita a riflessioni sui vari temi che attraversano la vita di una famiglia, dal fidanzamento, al matrimonio, alla vita e sessualità di coppia, alle crisi, al rapporto con i figli e con le famiglie d’origine, insomma, in poche parole all'universo famiglia.