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lunedì 12 aprile 2021

Misericordia sei tu

"L'umanità non troverà pace, finché non si rivolgerà con fiducia alla divina misericordia"

Ieri, mentre la Parola ci metteva di fronte alle nostre piccole e grandi incredulità, alle nostre debolezze nella fede, facendoci sentire tutti un po’ come Tommaso, in tutte le chiese del mondo si è celebrata la festa della Divina Misericordia, istituita da Giovanni Paolo II nel 1992 che la fissò nella domenica dopo la Pasqua, quando si legge il Vangelo di San Giovanni che descrive l’apparizione di Gesù risorto nel Cenacolo e l’istituzione del sacramento della penitenza (Gv. 20, 19-29). A volerla, secondo le visioni avute da suor Faustina Kowalska, la religiosa polacca canonizzata da Wojtyla nel 2000, fu Gesù stesso.

Pace a voi 

È Gesù che entra nella nostra vita anche quando ci ostiniamo a tenere le porte del cuore ben serrate; è Lui che con infinita tenerezza ci guarda negli occhi e ci dice “Pace a voi”. Non fa domande, non rivanga il nostro passato, non sottolinea i nostri errori, i nostri peccati, non giudica, ma ci mostra le sue mani bucate e ripete con amore “Pace a voi”.

Si è lasciato arrestare, insultare, flagellare, inchiodare ad una croce. Ha lasciato che lo uccidessero come l’ultimo dei briganti, solo, abbandonato da tutti. Ha patito la sua passione, ci ha amato fino alla morte, ed è risorto proprio per questo, per donarci la sua Pace.

Ma noi cosa ne abbiamo fatto di quella pace? A partire proprio dalla nostra coppia, dalla nostra famiglia. Riusciamo a vivere nella pace?

Disse Gesù a Suor Faustina: "L'umanità non troverà pace, finché non si rivolgerà con fiducia alla divina misericordia" (Diario, p. 132).

Adoriamo il Signore

La preghiera alla Divina Misericordia 

E allora iniziamo fin da ora, come sposi, come genitori, come figli, a rivolgerci con fiducia alla divina misericordia, e trasformiamo la nostra lettura in preghiera.

Misericordia Gesù, per tutte quelle volte che ti ho offeso, per tutte le volte che ho fatto del male a me stesso, e agli altri, pur essendo consapevole delle mie azioni.

Misericordia Gesù, per le mie mancanze come sposo, per le mie debolezze, per il mio orgoglio, la mia testardaggine, per tutti i miei piccoli e grandi tradimenti, per tutte le volte che non ho amato la mia sposa come tu la ami, per tutte le volte che i miei occhi e i miei pensieri si sono persi in altri volti, si sono sporcati con immagini pornografiche.

Misericordia Gesù, per le mie mancanze come sposa, per quando mi faccio prendere dalla frenesia delle cose di casa e non ascolto il mio sposo, per tutte quelle volte che dedicando me stessa ai figli ho trascurato lui, per quando metto la mia famiglia d’origine prima del noi, per quando lo critico con cattiveria e non riesco a guardarlo con amore come lo guardi tu.

Misericordia Gesù, per tutte quelle volte che non sono stato genitore, per quando non ho saputo ascoltare il grido d’aiuto dei miei figli, per quando ho lasciato che il nervosismo e la stanchezza prendessero il sopravvento sull’amore, per quando li ho feriti con le mie parole, o con le mie azioni, per quando ho alzato le mani, per quando non sono stato capace di dare loro una carezza.

Misericordia Gesù per tutte quelle volte che non sono stato un buon figlio, per le mie ribellioni, per il mio egoismo, per quel “ti voglio bene” non detto, per quella telefonata non fatta, per la solitudine in cui ho lasciato i miei genitori, per non esserci stato quando c’era bisogno di me.

Misericordia Gesù per tutte le famiglie dilaniate dalla violenza, per quei mariti che non sanno amare, per quegli uomini che non sono mai riusciti a diventare padri, per tutte le donne umiliate e violentate anche fra le mura domestiche, per i tanti figli abbandonati a sé stessi, per i bambini abortiti. Misericordia Gesù per tutte le donne che vivono nella paura o nel rimorso, per chi è costretto a vendersi sulle strade, per chi una strada non la trova più.

Misericordia Gesù

Pace a te 

Il Signore è venuto per salvarci, ed è ancora qui oggi, davanti a te che bussa alla porta del tuo cuore, e dice “Pace a te”. Apri il tuo cuore, lascia entrare la sua misericordia, offri a Lui tutto quello che rende i tuoi passi pesanti, che ti blocca sulla soglia del Suo cuore. Non avere paura e non giudicarti, Lui ti aspetta nel sacramento della riconciliazione per donarti la Sua Pace e continuare a camminare con te.


martedì 6 aprile 2021

La coppia testimone della resurrezione

La oppia testimonia la resurrezione

La gioia con cui affrontiamo la vita testimonia la resurrezione di Cristo 


Alleluia! Gesù è risorto!

Già da sabato sera questo grido di gioia è risuonato in tutte le chiese. Un’acclamazione di giubilo che deriva da un antichissimo uso ebraico che vuol dire “lode a Dio” e che è diventato abituale nel linguaggio della Chiesa per esprimere la gioia di lodare il Signore, specialmente nel tempo pasquale.

Un grido di gioia che però in alcuni casi è rimasto mezzo soffocato all’interno delle pareti di quelle chiese. Quanti di noi hanno veramente portato a casa la gioia della resurrezione? Quanti di noi sono riusciti a trasmetterla? Basta dare un’occhiata ai messaggi d’auguri che ci siamo scambiati, magari appena usciti dalla chiesa, con il cellulare in mano. Ti auguro una felice Pasqua. Serena Pasqua a te e famiglia. Messaggini con foto primaverili con fiori, pulcini ed ovetti…

In questi di giorni di Pasqua, siamo riusciti a comunicare a tutti la gioia di Cristo risorto che ha vinto la morte e il peccato, o a volte ci siamo sentiti esagerati, e magari ci siamo anche vergognati, preferendo frasi di circostanza alla testimonianza della gioia e della fede?

Il sepolcro vuoto 

Dio è morto

“Se la vostra fede vi rende beati, datevi da conoscere come beati! Se la lieta novella della vostra Bibbia vi stesse scritta in faccia, non avreste bisogno di imporre così rigidamente la fede. (Friedrich W. Nietzsche Umano, troppo umano 1878).

Partendo da queste provocazioni, il filosofo Friedrich W. Nietzsche, arrivò a dichiarare che “Dio è stato ucciso nell’indifferenza e nella disattenzione con la furbizia e il compiacimento dell’uomo mediocre. Dio è morto tra uomini addomesticati e vili, senza la tragedia che l’enormità del fatto avrebbe dovuto comportare”.

Ma come, direte voi, siamo nella settimana di Pasqua e parliamo della morte di Dio?

La Pasqua mistero di morte e di vita

Ebbene sì, perché la Pasqua è un mistero di morte e di vita, di croce e di risurrezione, saldamente impastate insieme. Noi crediamo che Cristo è morto e risorto, ma troppo spesso viviamo, agiamo e parliamo come se i primi a non esserne completamente convinti siamo proprio noi. Non portiamo stampata in faccia la gioia della resurrezione, la Buona Novella della Bibbia. Non testimoniamo con la vita la nostra fede nella salvezza.

Rischiamo di cadere in quella che Papa Francesco nell’Evangeli Gaudium chiama la psicologia della tomba, “che poco a poco trasforma i cristiani in mummie da museo. Delusi dalla realtà, dalla chiesa o da sé stessi, vivono la costante tentazione di attaccarsi a una tristezza dolciastra, senza speranza, che si impadronisce del cuore.”

E così non siamo capaci di trasmettere al mondo la gioia di essere figli amati di un Dio Padre e diventiamo complici di un pensiero e di una società che sta lentamente uccidendo Dio, così come sta lentamente e inesorabilmente uccidendo la famiglia perché noi sposi cristiani non riusciamo a testimoniarne la bellezza. 

Noi due come i discepoli di Emmaus

La coppia a Emmaus
Troppe volte camminiamo nei nostri matrimoni con lo stesso passo che avevano i discepoli di Emmaus. Tristi e delusi, da una relazione di amore coniugale, così fresca e scoppiettante all’inizio ma che si è poi ingiallita con il tempo, appesantita e affossata dalla stanchezza che diventa una scusa per non pregare, dalle critiche, dalla ricerca di spazi e tempi di libertà, dai progetti non più condivisi, dal sarcasmo, dai silenzi e da una lunga serie di eccetera che racconterebbe la storia di ogni coppia.

Eppure il Risorto cammina con i discepoli di Emmaus, così come cammina con noi; è venuto ad abitare con noi, nella nostra casa nel giorno delle nostre nozze, e non ci ha mai abbandonato. È per questo che le parole dell’angelo alle donne oggi sono anche per noi: “Non abbiate paura!”

Non temete il peso delle vostre fragilità, non temete la stanchezza, quel buio che a volte vi avvolge come la morte. Non temete se il vino sembra essere finito; continuate a riempire le giare con l’acqua delle vostre debolezze, dei vostri difetti e dei vostri limiti, consapevoli che a fare il vino buono ci pensa Lui.

Se noi coppie cristiane camminiamo con Gesù, se ci facciamo guidare dallo Spirito, allora anche noi potremo dire «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via?». E potremo riprendere a camminare insieme senza indugio con quel fuoco vivo nel cuore che riaccende il nostro amore, che fa risplendere i nostri volti così che chi incrocerà il nostro sguardo, o ci vedrà insieme potrà dire: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!».

Buon cammino

 

martedì 30 marzo 2021

Anche voi dovrete lavarvi i piedi gli uni gli altri

Giovedì Santo

La famiglia, il luogo della lavanda dei piedi quotidiana

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv. 13,3-17)

«Gesù […] si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugatoio di cui si era cinto. Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: “Signore, tu lavi i piedi a me?”. Rispose Gesù: “Quello che io faccio, tu ora non lo capisci, ma lo capirai dopo”. Gli disse Simon Pietro: “Non mi laverai mai i piedi!”. Gli rispose Gesù: “Se non ti laverò, non avrai parte con me”. Gli disse Simon Pietro: “Signore, non solo i piedi, ma anche le mani e il capo! […]

Quando dunque ebbe lavato loro i piedi e riprese le vesti, sedette di nuovo e disse loro: “Sapete ciò che vi ho fatto? Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi. In verità, in verità vi dico: un servo non è più grande del suo padrone, né un apostolo è più grande di chi lo ha mandato. Sapendo queste cose, sarete beati se le metterete in pratica».

L'istituzione dell'Eucarestia

L'ultima cena

Il gesto della lavanda dei piedi è il momento centrale delle celebrazioni del Giovedì Santo, il momento in cui Gesù si fa servo dei suoi discepoli, si mette al loro servizio.

Un gesto quasi scandaloso all’epoca, tanto che Pietro cercò di rifiutarsi, e che in qualche modo ci impressiona ancora oggi quando il parroco sull’altare depone le vesti, si cinge la vita con un asciugamano e comincia a lavare i piedi ai suoi parrocchiani.

Un gesto che Gesù accompagna con delle parole chiare: “Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri”.

Gesù aveva fatto del servizio agli altri la sua missione. Si era fatto uomo per portare la salvezza a tutti gli uomini. Eppure, fino a quel momento, fino a quel gesto neppure Pietro lo aveva capito fino in fondo.

Il sacerdote consacra la sua vita a Dio per mettersi al servizio dei fratelli e delle sorelle, là dove sarà chiamato a farlo. Eppure, nelle nostre comunità, nelle nostre parrocchie, troppe volte ce ne dimentichiamo e cadiamo nel giudizio, seminiamo zizzania, ci dimentichiamo che quel sacerdote è prima di tutto un uomo con tutti i suoi limiti e i suoi difetti, proprio come noi.

Famiglia luogo di servizio

Eppure chi meglio di noi dovrebbe conoscere a fondo il significato di quel gesto e di quelle parole pronunciate da Gesù?

Lavarsi i piedi gli uni gli altri è il gesto quotidiano che si ripete in ogni famiglia. È ciò che tiene unita una coppia, viva la famiglia, eterno un matrimonio.

Non può esistere matrimonio se i coniugi non hanno imparato a “lavarsi i piedi l’un l’altro” e non può esistere una famiglia se i genitori non sono stati capaci di testimoniare e trasferire questo gesto d’amore ai loro figli.

Ogni gesto fatto per l’altro in una coppia e in una famiglia è una lavanda dei piedi, ciò che cambia è l’atteggiamento con cui lo facciamo. Possiamo farlo in modo distratto, per obbligo, o peggio ancora a volte quasi per dispetto. Oppure possiamo decidere di compiere ogni nostro gesto di servizio a partire proprio da quelli che compiamo fra le mura domestiche, con lo stesso amore e la stessa tenerezza che Gesù dedicò ai suoi discepoli durante l’ultima cena. E non dimentichiamo che fra loro c’era anche colui che da lì a breve l’avrebbe tradito.

La lavanda dei piedi

Cari padri, giovedì sera allora, prima di iniziare la cena, prendete una brocca e riempitela d’acqua, prendete anche un asciugamano e una bacinella, fate sedere la vostra famiglia e ripetete con amore ed umiltà il gesto di Gesù.

La cena ebraica

Questo gesto ci aiuterà a ricordarci che il nostro ruolo di padri è sì di guida, ma prima di tutto di servizio, ci permetterà di guardare a nostra moglie e ai nostri figli dal basso, e ci darà la possibilità di accarezzare i loro piedi, di prenderci cura di quella parte del corpo che sostiene le persone che più amiamo.


Se poi avrete voglia di ripercorrere insieme i momenti principali dell’ultima cena di Gesù con i suoi discepoli, potete cliccare sulla foto e scaricare la guida che abbiamo preparato per voi.

Buon Giovedì Santo

 

mercoledì 24 marzo 2021

Rallegrati, piena di grazia!

25 Marzo solennità dell'Annunciazione di nostro Signore

In questo giorno di festa queste parole risuonano ancora all’interno della Santa Casa

Papa Francesco due anni fa, scelse proprio il 25 Marzo, il giorno della solennità dell’Annunciazione del Signore per compiere la sua prima visita da pellegrino a Loreto.

Noi che abbiamo avuto la grazia di essere presenti, abbiamo fisse nella mente quelle immagini, scolpite nel cuore le sue parole.

Le parole dell’angelo Gabriele a Maria: «Rallegrati, piena di grazia» (Lc 1,28), risuonano in modo singolare in questo Santuario, luogo privilegiato per contemplare il mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio. Qui, infatti, sono custodite le mura che, secondo la tradizione, provengono da Nazaret, dove la Vergine Santa pronunciò il suo “sì”, diventando la madre di Gesù. Da quando quella che è denominata la “casa di Maria” è diventata presenza venerata e amata su questo colle, la Madre di Dio non cessa di ottenere benefici spirituali in coloro che, con fede e devozione, vengono qui a sostare in preghiera. Tra questi oggi mi metto anch’io, e ringrazio Dio che me lo ha concesso proprio nella festa dell’Annunciazione.”

Papa Francesco prega nella Santa Casa a Loreto

Il momento decisivo

Il brano del Vangelo di Luca che ascoltiamo oggi, ci racconta il momento decisivo della storia, quello per così dire più rivoluzionario”, come lo ha definito il Pontefice. È il momento in cui tutto cambia, in cui la storia si capovolge e Dio si abbassa”, decide di entrare nella storia dell’uomo, con il suo stile, con il suo immenso amore. Dio ci ama così tanto da abbassarsi al nostro livello, ci sorprende e ci sconvolge. Ci conferma ancora una volta che per compiere meraviglie nella nostra vita, per portarci la salvezza, ha comunque bisogno del nostro sì. Così come in quel villaggio sperduto 2021 anni fa, ebbe bisogno del sì di Maria. Il sì, che cambiò la storia dell’umanità.

Parola per parola

Proviamo a rileggere il brano del Vangelo di Luca e soffermiamoci a pensare parola per parola, a cosa è successo quel giorno a una ragazza sedicenne, in un villaggio della Galilea che forse nessuno neppure conosceva.

Papa Francesco a Loreto, volle individuare nel racconto tre momenti essenziali che evidenziano la dinamica della vocazione.

L’ascolto

Il primo momento è quello dell’ascolto, manifestato da quelle parole dell’angelo: «Non temere Maria, […] concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù» (vv. 30-31). È sempre Dio che prende l’iniziativa. Lui ci precede, Lui si fa strada nella nostra vita, ci chiama per offrirci in dono il suo amore, per mostrarci il suo disegno sulla nostra vita personale e sociale. A noi è richiesto solo di essere pronti e disponibili ad ascoltare e accogliere la voce di Dio, che però non si riconosce nel frastuono della nostra società e nell’agitazione in cui troppo spesso viviamo la quotidianità. La giovane Maria, nel segreto della sua camera, faceva spazio all’ascolto di Dio con la preghiera.

Il discernimento

Il secondo momento è il discernimento, espresso nelle parole di Maria: «Come avverrà questo?» (v. 34). Maria non dubita; la sua domanda non esprime una mancanza di fede, ma il suo desiderio di scoprire le “sorprese” di Dio. Maria è attenta a cercare di capire il progetto di Dio sulla sua vita, a conoscerlo in tutte le sue sfaccettature, in modo da rendere più responsabile e più completa la propria collaborazione. Se vogliamo collaborare all’opera di Dio, dobbiamo avere l’atteggiamento del discepolo: mettere a disposizione la nostra povertà e la nostra piccolezza con umiltà e con la consapevolezza che sarà Lui a trasformare tutto in ricchezza e abbondanza.

La decisione

Il terzo passaggio è poi la decisione, ed è esplicitato dalla risposta di Maria all’angelo: «Avvenga per me secondo la tua parola» (v. 38). “Il suo “sì” al progetto di salvezza di Dio, attuato per mezzo dell’Incarnazione, è la consegna a Lui di tutta la propria vita. È il “sì” della fiducia piena e della disponibilità totale alla volontà di Dio” (Papa Francesco). Maria è il modello di ogni cristiano, la sua risposta alla chiamata di Dio è l’esempio che deve ispirare ognuno di noi nel rispondere alla chiamata alla propria vocazione.

Già perché rispondere alla vocazione non significa solamente entrare in seminario o in un monastero, ma saper rispondere al progetto d’amore che Dio ha per noi, per la nostra vita. Significa donarsi completamente in tutto ciò che si è chiamati a vivere quotidianamente facendo della nostra vita una testimonianza d’amore, portando Gesù là dove siamo, proprio come fece Maria. Nel nostro matrimonio, nella nostra famiglia, nei luoghi di lavoro, a scuola, nel nostro impegno sociale o politico, nell’arte, dovunque siamo chiamati a operare con i doni che lo Spirito Santo ci ha elargito.

Le pareti della Santa Casa di Nazareth a Loreto

Famiglia sogno di Dio

E per noi è stato proprio così: nel momento in cui ci siamo veramente messi all’ascolto di quello che il Signore suggeriva ai nostri cuori, abbiamo capito che nonostante le nostre fragilità, il nostro passato, la nostra miseria, Lui ci stava chiamando come coppia a mettere a frutto la nostra vocazione, e che il fatto che ci avesse ripescato dalle acque in burrasca in cui eravamo naufragati e ci avesse portato a Loreto, a due passi dal Santuario che custodisce la Santa Casa dell’Incarnazione non era affatto un caso, ma parte del suo grande progetto d’amore per noi.

Nella casa di Nazareth, Maria ha vissuto come figlia, fidanzata, sposa e madre la molteplicità delle relazioni familiari. Ed è proprio con le mani e la fronte appoggiata su quei freddi mattoni della Santa Casa che abbiamo consegnato nelle mani del Signore la nostra coppia, il nostro sacramento, consacrando il nostro tempo a riscoprire il disegno tracciato da Dio per la famiglia, a diffondere il “sogno di Dio per la sua creatura diletta: vederla realizzata nell’unione di amore tra uomo e donna; felice nel cammino comune, feconda nella donazione reciproca” (Papa Francesco).

La nostra missione

Oggi festeggiamo il primo compleanno di questa nostra umile creatura. Dodici mesi in cui abbiamo cercato a modo nostro di ribadire la grandezza, l’insostituibilità e la bellezza della famiglia a servizio della vita e della società, affiancando testimonianze di vita a riflessioni sui vari temi che attraversano la vita di una famiglia. Abbiamo creato un canale YouTube dove potrete trovare ogni settimana l’audio dei nostri articoli ed una sezione video interamente dedicata ai bambini e ai ragazzi con dei brevi commenti al vangelo della domenica. Camminiamo a piccoli passi, cercando sempre di mantenere la rotta, lasciandoci guidare da Lui, dalla stella polare.



martedì 23 febbraio 2021

La tentazione purifica il cuore

Vincere la tentazione 

La tentazione, come la liscivia, è necessaria per la purificazione del nostro rapporto di coppia

Commentando il Vangelo della domenica, durante l’Angelus, Papa Francesco ci ha invitati a non aspettare la Settimana Santa per iniziare a vivere in maniera fruttuosa questo tempo quaresimale, a non lasciarci sfuggire l’occasione offertaci da questi giorni di preparazione alla Pasqua del Signore.

Proviamo allora a viverli come il momento in cui possiamo fare il resoconto della nostra vita insieme e in cui possiamo iniziare a scrivere una nuova pagina della nostra storia.

Chissà quanti rimpianti abbiamo, quanti errori abbiamo commesso, quante cose non sono andate bene, quanti peccati che gravano ancora sulla nostra coscienza. Il Signore ci dice in questa quaresima che questo è il tempo che lui ha preparato, questo è il tempo della misericordia.

Rinnoviamo l’alleanza

«Quando un uomo e una donna celebrano il sacramento del Matrimonio, Dio, per così dire, si "rispecchia" in essi, imprime in loro i propri lineamenti e il carattere indelebile del suo amore. Il matrimonio è l’icona dell’amore di Dio per noi.» (Papa Francesco – Udienza Generale 02/04/14)

Il Signore ci prende per mano e ci conduce insieme a quell’altare dove ci siamo scambiati le nostre promesse per rinnovare quell’alleanza che come sposi abbiamo stretto con Lui nel giorno delle nostre nozze. Ci propone di rinnovare l’alleanza d’amore che noi sposi abbiamo stipulato quel giorno fra noi e che Lui ha stipulato con ciascuno di noi nel giorno del nostro battesimo.

Un’alleanza sporcata tante volte con il peccato, con l’infedeltà.

Il Signore stringe un'alleanza con noi nel battesimoGli sposi stringono un'alleanza fra loro e con Dio nel matrimonio

Ma cos’è l’alleanza e come posso averla infranta?

«Questo Sacramento ci conduce nel cuore del disegno di Dio, che è un disegno di alleanza col suo popolo, con tutti noi, un disegno di comunione. All’inizio del libro della Genesi, il primo libro della Bibbia, a coronamento del racconto della creazione si dice: «Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò … Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno un’unica carne» (Gen 1,27; 2,24). L’immagine di Dio è la coppia matrimoniale: l’uomo e la donna; non soltanto l’uomo, non soltanto la donna, ma tutti e due. Questa è l’immagine di Dio: l’amore, l’alleanza di Dio con noi è rappresentata in quell’alleanza fra l’uomo e la donna.» (Papa Francesco – Udienza Generale 02/04/14)

L’amore di una coppia di sposi rappresenta l’amore di Dio per l’umanità. Noi due, tu e tuo marito, tu e tua moglie, siamo l’immagine dell’alleanza di Dio con il suo popolo. Le promesse che ci siamo scambiati sull’altare nel giorno delle nozze sono le promesse che Dio ha fatto ad ognuno di noi nel giorno del battesimo: amarci fedelmente, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, e sostenerci l’un l’altro tutti i giorni della nostra vita.

Ci siamo riusciti? Siamo stati fedeli a Dio e al nostro coniuge? Ci siamo rispettati? Siamo stati sostegno l’uno per l’altra? E ancora, siamo stati capaci di mantenere le nostre promesse battesimali rinnovate nel sacramento della Cresima e durante la Veglia Pasquale? Abbiamo rinunciato a Satana e alle sue opere? Abbiamo detto di credere e di convertirci al vangelo ma non sempre ci siamo riusciti. 

Il tempo opportuno

Questo è il tempo opportuno per recuperare quello che abbiamo perso. La Quaresima è il tempo dei buoni propositi, delle forme di penitenza che mettono ordine nella nostra vita spirituale, il momento giusto per tagliare con tutto quello che ci riempie di vuoto.

Per recuperare il tempo perso dobbiamo fare un percorso il cui fine è vivere in pienezza la nostra alleanza con Dio e con il nostro coniuge, diventare persone nuove capaci di dire di no al male, senza cadere nell’errore di dialogare con il maligno.

Vecchia foto lavandaia

La tentazione

«Nelle tentazioni Gesù mai dialoga con il diavolo, mai. Nella sua vita Gesù mai ha fatto un dialogo con il diavolo, mai. O lo scaccia via dagli indemoniati o lo condanna o fa vedere la sua malizia, ma mai un dialogo. E nel deserto sembra che ci sia un dialogo perché il diavolo gli fa tre proposte e Gesù risponde. Ma Gesù non risponde con le sue parole; risponde con la Parola di Dio, con tre passi della Scrittura.» (Papa Francesco – Angelus 21/02/21)

Se devi rinnovare l’alleanza, Dio permette a Satana di tentarti, perché con la forza dei sacramenti, del suo amore e della sua parola ti ha fornito l’armatura di cui hai bisogno per combattere: “attorno ai fianchi, la verità; indosso, la corazza della giustizia; i piedi, calzati e pronti a propagare il vangelo della pace. Afferrate sempre lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutte le frecce infuocate del Maligno; prendete anche l'elmo della salvezza e la spada dello Spirito, che è la parola di Dio”. (Ef. 6, 14-17)

Padre Pio diceva “Se riuscite a vincere la tentazione, questa fa l'effetto che la liscivia fa sulla biancheria sudicia.

La liscivia dei lavandai era una soluzione detergente sbiancante ottenuta filtrando un miscuglio di cenere di legna in acqua bollente, usata un tempo per fare il bucato. Sembrava imbrattare la biancheria, ma dopo averla sciacquata, ne usciva “purificata”.  

Così è per la tentazione: sembra che ti imbratti, perché avere a che fare con il male non è bello, ma nel resistere, nella rinuncia al male, nella vittoria sul male, ti purifica, fa sì che tu possa rinnovare l’alleanza, riscattare te stesso dal passato.

Il deserto

E così anche il deserto che stai attraversando nel tuo matrimonio, diventa un tempo permesso dal Signore, perché vi possiate rincontrare, riavvicinare, ed insieme tornare ad abbracciare il Padre.

Se inizierete a dividere le grazie, a condividere la parola, a far scorrere l’amore come l’acqua… anche il deserto più buio può diventare un giardino fiorito e profumato.

Buon cammino

 

mercoledì 17 febbraio 2021

Mercoledì delle Ceneri, inizio di un cammino di conversione in coppia

Un cammino di conversione in coppia

Cosa significa oggi vivere il mercoledì delle ceneri per me come persona, ma soprattutto per noi come coppia?

Eccoci arrivati alla Quaresima. Oggi, per noi cristiani, è il mercoledì delle ceneri, il primo giorno di quel cammino che ci porterà alla festa più importante, quella della Pasqua preceduta dalla Settimana Santa la quale racchiude in sé tutta la pienezza della vita cristiana.

La teologia biblica rivela un duplice significato dell'uso delle ceneri.
Anzitutto sono segno della debole e fragile condizione dell'uomo, e quindi della fragilità di ogni coppia. Ma la cenere è anche il segno esterno di colui che si pente del proprio agire malvagio e decide di compiere un rinnovato cammino verso il Signore.

La semplice liturgia del mercoledì delle ceneri conserva questo duplice significato che si esplicita nelle formule di imposizione: "Ricordati che sei polvere, e in polvere ritornerai" e "Convertitevi, e credete al Vangelo".

Siamo polvere

La formula "Ricordati che sei polvere, e in polvere ritornerai" è sicuramente un modo un po’ brutale ma efficace per ricordarci che su questa terra siamo di passaggio, che il nostro corpo da cui ci lasciamo spesso comandare con i suoi appetiti e i suoi bisogni, è in realtà polvere che presto o tardi tornerà alla terra. Fare memoria di questa fragilità ci dovrebbe aiutare a vivere in modo diverso le nostre relazioni affettive, a partire dalla coppia, dalla famiglia. Evitare o indirizzare meglio tante discussioni; evitare ripicche, sensi di colpa, manipolazioni; smetterla scaricare sull’altro/a (coniuge, figli o genitori) l’origine dei nostri problemi.

Cammino di conversione

Pentirsi e convertirsi

Ma di che cosa dobbiamo pentirci e a che cosa dobbiamo convertirci?
Di tutte le volte che siamo stati Caino ed abbiamo lasciato che il male, che se ne sta sempre accovacciato fuori dalla porta, entrasse nella nostra vita, nella nostra casa, nella nostra coppia, nella nostra famiglia. Di tutte le volte che come Caino abbiamo “alzato la mano” contro le persone che amiamo, che abbiamo “ucciso” le nostre relazioni familiari. Di tutte le volte che abbiamo pensato e agito da scapoli sposati; di quando abbiamo parlato male del nostro coniuge con gli amici, con le amiche; di tutte le volte che abbiamo tradito la fiducia che l’altro aveva riposto in noi, delle frasi offensive, delle discussioni urlate davanti ai figli; di quelle volte che ci siamo insultati, perché anche le nostre parole possono diventare armi che lasciano cicatrici nell’anima che non si cancelleranno mai più. Pentirci di tutti quei comportamenti che “uccidono” il “noi”, di tutte le volte che ci siamo chiusi all’amore, arroccati in un mondo irreale dove esistiamo solo noi, per orgoglio, per egoismo, o forse solo per paura. Paura di essere feriti.

Allora questo è il momento giusto, il giorno scelto dal Signore perché tu ed io ci decidiamo a gettare tutto quanto proviene dal non-amore di cui abbiamo riempito la nostra vita, e ci convertiamo all’Amore. Un amore fecondo che è dono di sé, che ci restituisce noi stessi attraverso la persona amata. Un amore che non ha paura delle ferite che l’incontro inevitabilmente ci porta. Le ferite dell’incomprensione, dell’attesa dei tempi giusti, della fatica dell’ascolto, della costruzione di qualcosa di condiviso e non imposto. Imparando così ad amare come Dio ci ama.

Perché digiunare?

Ma allora, perché il digiuno?

Perché non si può amare senza digiunare. Amare davvero significa donarsi con gratuità, e quindi in qualche modo digiunare. Il digiuno è lo spazio dell’amore. Digiunare, significa essere capaci di privarsi di qualcosa, di dire a sé stesso “no”, di fare spazio in sé per l’altro.

Ecco allora che dopo aver deciso cosa gettare, il Signore oggi ci invita a prendere un’altra decisione.
A cosa sei disposto a rinunciare per fare più spazio nella tua vita alla coppia, alla famiglia?

Diamo inizio ad un digiuno che sia l’inizio della ricerca dell’altro. Digiuno dai miei vizi che troppo spesso diventano bisogni, dai miei pensieri impuri, dal tempo rubato al coniuge e ai figli per la tv e per i social, digiuno dal giudizio e dall’accusa.

Un digiuno che purifichi i miei pensieri, le mie parole, il mio modo di amare e di donarmi; che faccia riemergere dalle ceneri la gioia e la meraviglia del condividere, dello stare insieme, del dialogare, di fare progetti per un futuro insieme.

Facciamo digiunare il nostro “io” per nutrire il “noi”.

Sospinti dalla forza di questo impegno, iniziamo a camminare nel tempo di Quaresima, un tempo in cui l’Amore si mette alla prova, torna all’essenziale, per poi donarsi completamente nella morte e risurrezione di Cristo per tutti noi.

martedì 2 febbraio 2021

Il messaggio della Candelora

La festa della presentazione di Gesù al tempio

Insieme a Maria e Giuseppe affidiamo oggi i nostri figli al Signore

Oggi è la Candelora, la festa che commemora la presentazione di Gesù al tempio di Gerusalemme.

Nel Vangelo secondo Luca si legge che Maria e Giuseppe, in ottemperanza a quanto prescritto dalla legge giudaica, portarono il piccolo Gesù presso il tempio di Gerusalemme quaranta giorni dopo la sua nascita. Siccome ogni primogenito del popolo ebraico era considerato offerto a Dio, era necessario che i genitori lo riscattassero attraverso un'offerta. Fu in quel momento che il vecchio Simeone riconobbe il bambino come il Messia e affermò che sarebbe stato "luce per illuminare le genti".

Da qui la liturgia della Chiesa cattolica, prevede appunto in questa giornata la benedizione delle candele, simbolo appunto di colui che è luce “per tutte le genti”.

Il brano dell’evangelista Luca è ricco di spunti di riflessione, ma oggi vorremmo soffermarci su due punti che parlano direttamente a noi come coppia, come genitori.

La presentazione di Gesù al Tempio

Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, Maria e Giuseppe portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore - come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» - e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore. Lc. 2,22-24

Il primo messaggio lo ricaviamo dal motivo per cui Maria e Giuseppe portano il bambino al tempio. Per offrirlo al Signore.

Il figlio non è loro, è di Dio, non possono tenerlo per sé.

È la tentazione che abbiamo noi genitori, e che ha avuto anche la Santa Famiglia di Nazareth. Gesù ha affrontato il demonio e le sue tentazioni durante i quaranta giorni trascorsi nel deserto, Maria e Giuseppe, nella loro vita quotidiana.

Affidiamo i nostri figli a Dio

Ma qual è la tentazione che abbiamo noi genitori?

È quella di servirsi dei nostri figli per realizzare i nostri progetti, i nostri sogni.

Quanti genitori sognano un particolare futuro per i loro figli, quella professione, quello sport, quello strumento. Scarichiamo sui nostri figli i nostri progetti irrealizzati, i nostri sogni nel cassetto. Li teniamo stretti a noi cercando di farli camminare sul sentiero che nella nostra mente abbiamo già tracciato per la loro vita.

E finiamo per creare adulti che vivranno con progetti irrealizzati e con sogni chiusi nel cassetto.

La famiglia di Nazareth invece consegna il loro figlio al Signore, lo inseriscono nel progetto di Dio, nei disegni di Dio e questi disegni possono essere molto diversi da quelli che i genitori hanno in mente per loro.

Il figlio non appartiene ai genitori, è affidato ai genitori affinché lo facciano crescere e lo inseriscano nel progetto che il Padre del cielo ha su di lui.

Nessuno meglio di Maria e Giuseppe può aiutarci a capirlo e può guidarci ad essere dei genitori così come piace a Dio.

Lo Spirito Santo era su di lui

Ora a Gerusalemme c'era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d'Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch'egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo: «Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele». Lc. 2,25-32

Il secondo messaggio lo ricaviamo dalla figura di Simeone. Il brano del Vangelo ci dice che “lo Spirito Santo era su di lui” e questa parola “Spirito” ritorna per tre volte.

Al numero tre nella Bibbia viene assegnato un valore di pienezza. Simeone è un uomo che si è sempre lasciato guidare dallo Spirito Santo, che è stato il suo confidente, è con lui che si è sempre consigliato per tutta la vita e lo Spirito Santo gli aveva fatto capire che non sarebbe morto prima di aver visto “il Cristo del Signore”.

È lo Spirito Santo che gli ha dato la forza e la sapienza di saper guardare avanti. L’immagine che il passo ci propone è di un vecchio che non guarda indietro, ma che guarda avanti. Quando si è vissuto illuminati e condotti dallo Spirito Santo, si guarda al passato senza rimpianti.

Simeone non vuole tornare giovane e vivere questa nuova avventura con Gesù perché ha portato a compimento la sua vita, che ha avuto un senso. Non si lamenta per il male che vede attorno a sé, non dà la colpa al mondo della sua vecchiaia.

Simeone ci insegna ad invecchiare con dignità, ad amare e rispettare ogni stagione della nostra vita, a saper capire quando è arrivato il momento di mettersi da parte e di lasciare spazio ai giovani.

Come genitori, come nonni, come educatori.

I giovani vadano pure avanti

I giovani vadano avanti, lui ha vissuto, è contento della sua vita e sa che gli acciacchi fanno parte della condizione umana quando la vita volge al tramonto.

Certo, se abbiamo trascorso la nostra vita avendo come unico obiettivo la giovinezza, la prestanza fisica, la forza, la salute, allora non ci rassegneremo mai a verle affievolire e scomparire. Simeone sa che la vita ha la sua parabola e poi si va verso l’autunno, verso il tramonto.  

Se saremo capaci di affidare veramente i nostri figli al Signore, perché sono suoi, e di vivere la nostra vita come l’ha vissuta Simeone, guidati dallo Spirito Santo, allora avremo sempre nel cuore questa serenità e questa libertà, la gioia di essere vissuti e nessun male, nessuna pandemia potrà mai spaventarci.


martedì 26 gennaio 2021

Sta cercando te

Il Signore chiama i primi Apostoli sul mare di Galilea

Il Signore viene a cercarti nel tuo quotidiano, nella tua famiglia

Il Vangelo di ieri ci ha presentato una delle immagini più forti dell’inizio della vita pubblica di Gesù: la chiamata dei primi discepoli.

“Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori”. Mc. 1,16

Quel giorno Simone, Andrea, Giacomo e Giovanni erano usciti di casa come ogni altro giorno per andare al lavoro. Erano sulle loro barche, con i loro aiutanti, con loro padre; alcuni a pescare, altri a riparare le reti. Una giornata come tante altre, una routine che viene trasformata da un incontro inaspettato.

C’è un uomo che cammina sulle sponde del mare di Galilea, un uomo con degli occhi profondi che ferma il suo sguardo su di loro, e cambia le loro vite. Per sempre. “Gesù disse loro «Venite dietro a me».

Non erano in una sinagoga, non stavano facendo un pellegrinaggio. Erano sulle loro barche a lavorare. E lì incontrarono il Signore.

È Gesù che va loro incontro. È Lui che si muove, che si fa uomo e che da uomo cammina in mezzo agli uomini e li incontra. Simone, Andrea, Giovanni e Giacomo non devono fare altro che riconoscerlo.

Dio ha chiamato Mosè e Davide mentre pascolavano il gregge, Dio ha chiamato Saul mentre andava a cercare le asine del padre, Dio ha chiamato Maria mentre era intenta a svolgere le sue faccende domestiche.

“Gesù viene a cercarti là dove sei”

Mentre ascoltavo l’omelia di padre Franco, rettore della basilica di Loreto ieri, questa sua frase mi ha di colpo proiettato nella mia famiglia, a casa, fra le mura domestiche, con mia moglie e i miei figli. Gesù viene nella mia vita là dove io sono. E dove sta un padre di famiglia, una madre, con il cuore e con l’anima, anche quando è in macchina, in fabbrica, con indosso un camice a curare pazienti, in una riunione con i clienti, o in qualunque attività si trovi a svolgere? Dove sei tu? Dove è la tua vita? Dove viene a cercarti il Signore, dove vuole incontrarti?  

In famiglia. Fra le braccia del tuo coniuge, nei suoi occhi, nelle sue debolezze, nel sorriso dei tuoi figli, nei loro capricci, nei loro abbracci, nelle loro lacrime. È lì che il Signore viene a cercarmi, è lì che posso incontrarlo. Nell’ordinario della mia vita, perché con Lui ogni momento ordinario diventa straordinario. Non devo uscire, non devo mettermi alla ricerca, non devo abbandonare il mio ruolo, la mia vita per cercarlo. Devo solo lasciarmi trovare là dove sono.

Quando la disperazione rischia di far naufragare un matrimonio

“Ma io sto vivendo una situazione familiare difficile, non vedo soluzioni, non c’è più amore, non c’è più niente… Sono diventato insofferente, sto per mollare tutto e andarmene… Come può il Signore essere in questo disastro che è la mia vita? Non c’è più posto per me qui, figuriamoci per lui…”

Gli stessi pensieri di Simon Pietro. Aveva faticato tutta la notte, e non aveva preso nulla. (Lc. 5,5) Era stanco, disperato, non aveva nulla da mangiare né da vendere, non aveva niente. Aveva accettato che il Maestro salisse sulla sua barca senza nemmeno sapere chi fosse, ed ora si sentiva dire di gettare di nuovo le reti. Perché? A che scopo? Non c’è più niente da fare! Aveva mollato, stava per tornarsene a casa a mani vuote, con il fallimento nel cuore. Ma lo sguardo di quell’uomo incrociò i suoi occhi.

“Sulla tua parola getterò le reti”

E la barca si riempì di pesce, così tanto che la barca non riusciva a contenerlo!

Getta le reti della tua famiglia sulla parola del Signore. Fidati. Apri gli occhi e lascia che incrocino il suo sguardo. E il tuo matrimonio, la tua famiglia si riempiranno di benedizioni.

Il Signore ha già fatto il primo passo, sta passeggiando sulle sponde del mare della tua vita e ti osserva. Osserva con amore la tua routine, anche quando ti sembra essere diventata una ripetizione ordinaria di azioni senza più un senso. Alzarsi, lavorare, cucinare, mangiare, dormire, ricominciare. Tutti i giorni uguale a sé stessa, o quasi. Una vita ordinaria, appunto, che il Signore viene a trasformare in qualcosa di straordinario.

Anche per i primi apostoli la vita era così, una routine forse a volte anche noiosa. Ma quell’incontro con Gesù cambiò tutto. Lasciarono tutto e lo seguirono, all’istante. Perché? Cosa fece, cosa disse Gesù di così fulminante da far sì che decidessero di lasciare tutto e seguirlo? Gesù diede loro un sogno. Quegli apostoli riconobbero in Lui il Messia, colui che avrebbe cambiato le loro vite, Il Signore che avrebbe reso il mondo un luogo in cui vivere felici, che avrebbe reso la vita straordinaria.

Il sogno di una vita

Se avrai avuto voglia di leggere questo articolo fino a qui, quando staccherai gli occhi dallo schermo, per prima cosa cerca il volto di tua moglie, di tuo marito, cerca gli occhi dei tuoi figli. Il Signore ti ha già regalato il sogno più bello che tu potessi mai immaginare: la tua coppia, la tua famiglia. Magari si è un po’ spento con nel corso degli anni, forse qualche nottata è assomigliata più ad un incubo che ad un sogno, ma oggi il Signore vuole incontrare di nuovo il tuo sguardo con gli occhi di chi hai vicino a te. Oggi Gesù vuole trasformare l’ordinarietà della tua vita in qualcosa di straordinario. Getta le reti sulla sua parola. Fidati di Lui. Ritorna ad amare il tuo coniuge con lo stesso amore con cui avete iniziato a costruire la vostra vita insieme. Gesù ha fatto il primo passo verso di te. Ora fai tu il primo passo verso tua moglie, fai il primo passo verso tuo marito.

 

lunedì 23 novembre 2020

La famiglia e il tempo di Avvento


Mancano pochi giorni all'inizio dell'Avvento

L'Avvento inizierà tra pochi giorni. Iniziamo a pensare già da ora a come vivere al meglio nelle nostre famiglie i giorni che ci condurranno al Natale.

“Papà quando porti giù gli addobbi di Natale dalla soffitta?” Con le tante regioni arancioni o rosse e l’impossibilità di uscire dal proprio comune, quest’anno in molte case la preparazione di alberi di Natale, presepi ed addobbi vari è sicuramente iniziata prima del solito.

Ne parlavamo ieri a tavola con i ragazzi. Se da un lato l’incertezza su cosa ci sarà concesso o meno in tempo di pandemia, potrebbe renderci inquieti, tristi per l’impossibilità di viaggiare e passare le feste come siamo soliti fare con almeno un pezzettino della nostra famiglia sparsa per il mondo; d’altra parte questo Natale dal sapore insolito presenta a chi come noi ha dei bambini in casa, un’occasione da non perdere.

Riscoprire insieme ai figli la bellezza delle tradizioni legate al Natale, i significati, i riti, e preparare in modo concreto i loro cuori alla venuta di Gesù Bambino.

Un percorso da fare insieme, passo dopo passo, dalla prima domenica d’Avvento fino al 24 dicembre con piccoli gesti.

Il Calendario dell’Avvento

Non so nelle vostre case, ma da noi, soprattutto da quando siamo rientrati in Italia, il calendario dell’Avvento non può mancare. Ne abbiamo avuti di tutti i tipi. Costruiti in casa con rotoli di carta igienica e fatti delle forme più disparate da riempire con dolcetti e brevi riflessioni sulla venuta del Signore. Comprati al supermercato con finestrelle e cioccolatino incluso, di carta, di stoffa e chissà cos’atro ci inventeremo.

Calendario dell'avvento da riempire con dolci e cioccolatini

Ma come nasce questa tradizione? Come quasi sempre un po’ per caso, e questa volta grazie ad un bambino. La storia del Calendario dell’Avvento inizia alla fine dell’800 in Germania, dove il piccolo Gherard Lang, impaziente di festeggiare il Natale chiedeva ogni giorno alla sua mamma: “Quando arriva Natale? Quanti giorni mancano ancora alla festa?”

La mamma, stanca di sentire ogni giorno la stessa domanda, un anno decise di cucinare dei biscotti speziati, tipici del periodo natalizio e li divise in 24 piccoli sacchettini. Il piccolo Gherard iniziò quindi ad aprire un sacchetto al giorno, a partire dal 1° dicembre fino alla vigilia, potendo così sapere dal loro numero, quanti giorni mancavano al Natale. L’idea piacque tanto al bambino che fu ripetuta ogni anno per tutta la sua infanzia.

Divenuto grande, nei primi anni del 1900, Gherard sviluppò l’idea della sua mamma e realizzò il primo Calendario dell’Avvento, stampando un cartellone con 24 finestrelle che le mamme avrebbero potuto riempire di biscotti, dolci e cioccolata per aiutare i bambini a tenere il tempo fino a Natale.

La Corona dell’Avvento

Un altro oggetto ricco di significati che guida il cammino verso il Natale è la corona dell’Avvento. La corona è un oggetto circolare rivestito di rami verdi e senza fiori su cui vengono posizionate quattro candele colorate, ciascuna legata a una tappa che ci avvicina alla nascita di Gesù. La sua origine è molto antica, a partire dal 1600 cattolici e protestanti tedeschi iniziarono ad utilizzare la corona per rappresentare Gesù, che è la luce venuta nel mondo.

Ogni candela ha un significato preciso

Ogni elemento della corona dell’Avvento si riferisce a un aspetto ben preciso e ricco di significato.

Il cerchio è la forma che non ha principio né fine, una forma perfetta segno di eternità e di unità. La corona inoltre, è anche simbolo di regalità e di vittoria e ci ricorda che sta per nascere Gesù, il Re che vince le tenebre con la sua luce.

I rami verdi simboleggiano la speranza e la vita, sta per venire al mondo il messia, il Signore, che sconfigge le tenebre e la morte.

Le quattro candele vengono accese una alla volta, durante le quattro domeniche di avvento. Tre sono di colore viola e una di colore rosa e riflettono i colori liturgici del periodo natalizio. Secondo la liturgia, il colore viola si riferisce alla penitenza, alla conversione, alla speranza e viene usato nei tempi d’Avvento e di Quaresima. La candela rosa della corona invece viene accesa la terza domenica di Avvento, chiamata Gaudete, quando il sacerdote indossa paramenti rosa. Questa domenica è la domenica della gioia perché essendo già a metà dell’Avvento, il Natale è ormai alle porte.

Ognuna di esse rappresenta quindi la luce in mezzo alle tenebre ed ogni candela ha un significato preciso.

La prima candela viene chiamata del Profeta” poiché ricorda il profeta Michea che aveva predetto che il Messia sarebbe nato a Betlemme e simboleggia la speranza.

La seconda candela viene chiamata “di Betlemme” per ricordare e onorare la città in cui è nato il Messia. Inoltre simboleggia la chiamata universale alla salvezza.

La terza candela viene chiamata “dei Pastori”, ovvero i primi uomini che videro Gesù Bambino e si prostrarono ad adorarlo. Questa come detto prima è la domenica della gioia ed ecco perché anche la candela è di colore rosa.

Infine, la quarta candela viene chiamata “degli Angeli”, i primi che annunciarono al mondo intero la nascita del Messia e che vegliarono sulla capanna fin dai primi istanti della sua nascita. Questa candela simboleggia l’amore.

L’accensione di ciascuna candela, domenica dopo domenica, indica la progressiva vittoria della Luce sulle tenebre. Ogni candela accesa serve a ricordare la salvezza portata da Gesù Cristo nella vita di ogni cristiano.

I colori della ghirlanda, decorata con tessuti e stoffe, sono in genere il rosso e il viola. Il rosso simboleggia l’amore di Gesù per i suoi fedeli, il viola indica conversione e penitenza.

Il Presepe

Natale significa nascita e la più preziosa nella storia dell’umanità è proprio quella che celebriamo il 25 Dicembre, l’incarnazione del nostro Salvatore! Un miracolo che si è compiuto fra le mura della Santa Casa custodita all’interno del Santuario di Loreto, dove l’Arcangelo Gabriele apparve alla giovanissima Maria che con il suo sì cambio la storia dell’umanità.

Il primo presepe fu inscenato da San Francesco a Greccio

Le prime testimonianze storiche del presepe risalgono al III-IV secolo, quando i cristiani raffiguravano nelle catacombe, le immagini di Maria con il piccolo Gesù in grembo. 

Il primo presepe così come lo conosciamo noi, però, si fa comunemente risalire a quello inscenato da San Francesco d’Assisi durante il giorno di Natale del 1223, nel piccolo paese di Greccio (vicino Rieti). Nel 1220 San Francesco aveva compiuto un pellegrinaggio in Terra Santa per visitare i luoghi della nascita di Gesù Cristo, e fu talmente colpito da Betlemme che una volta tornato in Italia, decise di inscenare la rappresentazione della natività.

Così, nei pressi del bosco vicino al paese, Francesco portò in una grotta la mangiatoia con la paglia e vi condusse il bue e l’asino (non c’erano la Vergine Maria, Giuseppe e il bambinello). La popolazione accorse numerosa e così il santo poté raccontare a tutti i presenti la storia della nascita di Gesù.

Quest’anno un’idea per marcare il tempo di preparazione alla nascita di Gesù, potrebbe essere quella di non collocare subito Giuseppe e Maria nella stalla, ma di metteteli lontani e di condurli lentamente giorno dopo giorno lungo i 150 chilometri che separano Nazareth da Betlemme.

Troppo spesso noi genitori, presi dai ritmi serrati del lavoro e della vita, ci limitiamo a vivere la preparazione al Natale ripetendo gesti quasi meccanicamente, senza fermarci a gustare il tempo che trascorriamo con i nostri figli.

Quest’anno, lasciamoci aiutare dalla pandemia, utilizziamo questo tempo per prendere per mano i nostri figli ed incamminarci con loro su questo meraviglioso sentiero che ci porterà a riscoprire il mistero di un Dio che si fa uomo. Di un Messia che nasce nel mondo povero fra i poveri, ultimo fra gli ultimi, straniero, abbandonato. Di un Signore che fin dall’inizio della sua esperienza terrena ci indica la via per la salvezza: l’umiltà.

Buon avvento.