venerdì 18 dicembre 2020

Ciao nonna

La pandemia Covid-19 uccide i nostri nonni

Se ne vanno lentamente, uno ad uno, in silenzio, in solitudine

Il Covid-19 solo in Italia ha già portato via più di 36.000 ultra-ottantenni. Nonni e nonne che hanno vissuto una vita incredibile, attraversato epoche diverse, visto il mondo, la società, la cultura cambiare sotto il loro occhi.

Stiamo perdendo una generazione forte sia fisicamente che nei valori. Uomini e donne che hanno lottato per quello in cui credevano, che hanno difeso la loro famiglia e il loro matrimonio contro tutto e contro tutti. Gente che ha saputo soffrire, rimboccarsi le maniche, lavorare nelle condizioni più difficili, con caparbietà, con umiltà, con sacrificio. Persone che hanno costruito con il loro sudore una società che noi stiamo troppo velocemente distruggendo.

Se ne è andata anche nonna Maria, lunedì 14 dicembre. Nella solitudine di una stanza di un ospedale Covid, accompagnata dalla tenerezza di un’infermiera che le teneva la mano. Un angelo che ogni giorno accarezza la vita di questi anziani, soffre con loro, spera per loro. Una donna che riporta a casa ogni giorno la tristezza per troppe persone che non ce l’hanno fatta.

Se ne è andata una bis-nonna che aveva sempre un sorriso meraviglioso, lo smalto rosso, gli orecchini e una goccia di buon profumo. Una donna che a novantasei anni giocava ancora a burraco e… vinceva quasi sempre.

Era nata subito dopo la prima guerra mondiale, in quell’Italia che si apprestava a vivere il ventennio fascista, in un paesino della campagna marchigiana, in una famiglia di proprietari terrieri. Ha visto il mondo cambiare, ha attraversato una guerra, conosciuto la paura, l’incertezza del domani. Suo padre fu il primo nella zona ad acquistare un’automobile in un tempo in cui la domenica per andare alla messa si facevano chilometri e chilometri a piedi, e poi a settanta sei anni si è seduta su un aereo per venire a trascorrere il Natale con me in Pakistan, un paese dove ha conosciuto una cultura ed uno stile di vita che l’hanno meravigliata, sconcertata.

Mi raccontava delle serate passate sull’aia con i vicini davanti all’unico televisore a vedere canzonissima, delle feste che seguivano “la pista”, l’uccisione dei maiali e la preparazione di prosciutti, salami e tutto quello che si poteva fare con un animale di cui a quel tempo non si buttava via nemmeno il sangue che veniva fritto e mangiato sul pane.

Si alzava prestissimo la domenica mattina per preparare dei pranzi incredibili per tutta la famiglia. Lasagne o cappelletti in brodo, rigorosamente fatti a mano, pollo e agnello fritto, olive e crema ritta e l’immancabile ciambellone. A carnevale poi preparava la migliore cicerchiata che si potesse sognare.

Amava il suo terrazzo pieno di fiori, la sua casa sempre perfetta, ma parlava poco del suo passato. A differenza di nonno che l’ha preceduta in cielo ventisei anni fa, lei non amava troppo raccontare, viveva nel presente.

L’abbiamo salutata ieri con una bella messa celebrata nella sua parrocchia con canti e preghiere. C’erano i cinque pronipoti. La più grande, trent’anni, ha preparato e letto un elogio funebre che sembrava essere un dipinto per la sua dolcezza e tenerezza. Il più piccolo, dieci anni, aveva gli occhi lucidi ed ha riempito di baci quel legno che accoglieva il suo corpo. L’abbiamo consegnata al Signore “su ali d’aquila” con la certezza che da oggi tutti noi avremo un’anima che prega ed intercede per noi nella gloria di Dio perché:

Gesù le disse «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno». Gv. 11, 25-26

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