venerdì 29 gennaio 2021

Taci! Esci da lui!

Commento al Vangelo per bambini e ragazzi Mc. 1,14-20 - IV Domenica del Tempo Ordinario Anno B - 31 Gennaio 2021

La Parola

Dal Vangelo secondo Marco

Mc 1,21-28

In quel tempo, Gesù, entrato di sabato nella sinagoga, [a Cafàrnao,] insegnava. Ed erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi. Ed ecco, nella loro sinagoga vi era un uomo posseduto da uno spirito impuro e cominciò a gridare, dicendo: «Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!». E Gesù gli ordinò severamente: «Taci! Esci da lui!». E lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui. Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: «Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!». La sua fama si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea.

Parola del Signore

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La Riflessione

Avete mai giocato a "braccio di ferro"? È un gioco che conosciamo tutti. Ci si siede uno di fronte all’altro, si appoggia il gomito sul tavolo, si afferra la mano dell’avversario e si comincia a spingere la mano dell’avversario contro il tavolo, senza però sollevare il gomito. Vince chi riesce a far toccare il dorso della mano dell’avversario sul tavolo. In pratica vince il più forte, e a volte la persona che perde batte il dorso della mano sul tavolo e… fa male.

"Braccio di ferro" è solo un gioco, ma a volte anche nella vita reale alcuni ragazzi e ragazze possono provare a dimostrare di essere più forti degli altri. Alcuni possono provare a mostrare di essere più forti con comportamenti duri, arroganti. Altri possono provare a dimostrare di essere più forti dicendo cose cattive ad altri bambini, magari scegliendo proprio quei bambini che pensano essere i più deboli. Alcuni possono persino provare a dimostrare di essere più forti picchiando altri bambini. E tutto questo… fa male!

Nel passo del Vangelo di oggi è Gesù che ci mostra quanto è forte. Un giorno di sabato, Gesù andò alla sinagoga e cominciò ad insegnare. C'era un uomo che era posseduto da uno spirito malvagio. Quando Gesù gli si avvicinò, l'uomo gridò: "Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!"

"Taci!" disse Gesù. Poi parlò allo spirito malvagio: "Esci da lui!"

Ti ricordi cos’è successo? Lo spirito malvagio fece esattamente ciò che Gesù gli disse di fare: uscì da quell'uomo e il popolo rimase stupito. Non potevano credere che Gesù fosse più forte degli spiriti malvagi.

Lo "spirito malvagio" è come un "pensiero cattivo" che l'uomo aveva fatto entrare nel suo cuore. Il diavoletto, che è cattivo, suggerì il suo pensiero all'orecchio dell'uomo che era buono... L'uomo gli diede retta e il pensiero cattivo entrò nel suo cuore e lo fece diventare cattivo.

Domenica scorsa abbiamo visto Gesù mentre chiama i primi discepoli a "convertirsi", cioè a cambiare modo di pensare, e i discepoli "subito" lasciano tutto e seguono Gesù. Abbiamo detto che anche noi siamo discepoli di Gesù, anzi che siamo i francobolli di Dio chiamati a portare il messaggio dell’amore di Dio.

Oggi abbiamo visto Gesù che combatte e vince contro un diavoletto che si era infilato nel cuore di un uomo e che aveva fatto diventare cattivo anche l'uomo.

Ecco, anche oggi Gesù ci chiama a seguirlo. Seguire Gesù oggi vuol dire essere forti e combattere contro i pensieri cattivi... significa dire, "subito", al pensiero cattivo quando viene: Stai zitto! Vai via da me! Seguire Gesù significa non dare retta ai pensieri cattivi, ma solo ai pensieri buoni.

Gesù ha dimostrato di avere potere sul male. Ha dimostrato di essere più forte del nostro peggior nemico. Anche a noi è data quella forza. Non la forza di vincere a braccio di ferro o di pretendere ciò che vogliamo con la forza, ma quella di riconoscere i pensieri cattivi, e di scacciarli dalla nostra mente.

Usiamo la nostra forza per fare del bene

L'Impegno

Convertirsi, significa cambiare modo di pensare, significa "pensare bene invece che pensare male".

Se noi siamo discepoli di Gesù, francobolli di Dio, dobbiamo avere nel cuore e nella testa gli stessi pensieri di Gesù...

Gesù non usava mai la sua forza per ferire le persone. Gesù non pensava al suo bene, pensava solo al modo di fare più bene possibile a tutti, perché è venuto sulla terra per mostrarci l'amore di Dio per noi.

Allora seguiamo l’esempio di Gesù e impegniamoci ad usare la nostra forza in modo amorevole per aiutare gli altri piuttosto che per far loro del male.

 

martedì 26 gennaio 2021

Sta cercando te

Il Signore chiama i primi Apostoli sul mare di Galilea

Il Signore viene a cercarti nel tuo quotidiano, nella tua famiglia

Il Vangelo di ieri ci ha presentato una delle immagini più forti dell’inizio della vita pubblica di Gesù: la chiamata dei primi discepoli.

“Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori”. Mc. 1,16

Quel giorno Simone, Andrea, Giacomo e Giovanni erano usciti di casa come ogni altro giorno per andare al lavoro. Erano sulle loro barche, con i loro aiutanti, con loro padre; alcuni a pescare, altri a riparare le reti. Una giornata come tante altre, una routine che viene trasformata da un incontro inaspettato.

C’è un uomo che cammina sulle sponde del mare di Galilea, un uomo con degli occhi profondi che ferma il suo sguardo su di loro, e cambia le loro vite. Per sempre. “Gesù disse loro «Venite dietro a me».

Non erano in una sinagoga, non stavano facendo un pellegrinaggio. Erano sulle loro barche a lavorare. E lì incontrarono il Signore.

È Gesù che va loro incontro. È Lui che si muove, che si fa uomo e che da uomo cammina in mezzo agli uomini e li incontra. Simone, Andrea, Giovanni e Giacomo non devono fare altro che riconoscerlo.

Dio ha chiamato Mosè e Davide mentre pascolavano il gregge, Dio ha chiamato Saul mentre andava a cercare le asine del padre, Dio ha chiamato Maria mentre era intenta a svolgere le sue faccende domestiche.

“Gesù viene a cercarti là dove sei”

Mentre ascoltavo l’omelia di padre Franco, rettore della basilica di Loreto ieri, questa sua frase mi ha di colpo proiettato nella mia famiglia, a casa, fra le mura domestiche, con mia moglie e i miei figli. Gesù viene nella mia vita là dove io sono. E dove sta un padre di famiglia, una madre, con il cuore e con l’anima, anche quando è in macchina, in fabbrica, con indosso un camice a curare pazienti, in una riunione con i clienti, o in qualunque attività si trovi a svolgere? Dove sei tu? Dove è la tua vita? Dove viene a cercarti il Signore, dove vuole incontrarti?  

In famiglia. Fra le braccia del tuo coniuge, nei suoi occhi, nelle sue debolezze, nel sorriso dei tuoi figli, nei loro capricci, nei loro abbracci, nelle loro lacrime. È lì che il Signore viene a cercarmi, è lì che posso incontrarlo. Nell’ordinario della mia vita, perché con Lui ogni momento ordinario diventa straordinario. Non devo uscire, non devo mettermi alla ricerca, non devo abbandonare il mio ruolo, la mia vita per cercarlo. Devo solo lasciarmi trovare là dove sono.

Quando la disperazione rischia di far naufragare un matrimonio

“Ma io sto vivendo una situazione familiare difficile, non vedo soluzioni, non c’è più amore, non c’è più niente… Sono diventato insofferente, sto per mollare tutto e andarmene… Come può il Signore essere in questo disastro che è la mia vita? Non c’è più posto per me qui, figuriamoci per lui…”

Gli stessi pensieri di Simon Pietro. Aveva faticato tutta la notte, e non aveva preso nulla. (Lc. 5,5) Era stanco, disperato, non aveva nulla da mangiare né da vendere, non aveva niente. Aveva accettato che il Maestro salisse sulla sua barca senza nemmeno sapere chi fosse, ed ora si sentiva dire di gettare di nuovo le reti. Perché? A che scopo? Non c’è più niente da fare! Aveva mollato, stava per tornarsene a casa a mani vuote, con il fallimento nel cuore. Ma lo sguardo di quell’uomo incrociò i suoi occhi.

“Sulla tua parola getterò le reti”

E la barca si riempì di pesce, così tanto che la barca non riusciva a contenerlo!

Getta le reti della tua famiglia sulla parola del Signore. Fidati. Apri gli occhi e lascia che incrocino il suo sguardo. E il tuo matrimonio, la tua famiglia si riempiranno di benedizioni.

Il Signore ha già fatto il primo passo, sta passeggiando sulle sponde del mare della tua vita e ti osserva. Osserva con amore la tua routine, anche quando ti sembra essere diventata una ripetizione ordinaria di azioni senza più un senso. Alzarsi, lavorare, cucinare, mangiare, dormire, ricominciare. Tutti i giorni uguale a sé stessa, o quasi. Una vita ordinaria, appunto, che il Signore viene a trasformare in qualcosa di straordinario.

Anche per i primi apostoli la vita era così, una routine forse a volte anche noiosa. Ma quell’incontro con Gesù cambiò tutto. Lasciarono tutto e lo seguirono, all’istante. Perché? Cosa fece, cosa disse Gesù di così fulminante da far sì che decidessero di lasciare tutto e seguirlo? Gesù diede loro un sogno. Quegli apostoli riconobbero in Lui il Messia, colui che avrebbe cambiato le loro vite, Il Signore che avrebbe reso il mondo un luogo in cui vivere felici, che avrebbe reso la vita straordinaria.

Il sogno di una vita

Se avrai avuto voglia di leggere questo articolo fino a qui, quando staccherai gli occhi dallo schermo, per prima cosa cerca il volto di tua moglie, di tuo marito, cerca gli occhi dei tuoi figli. Il Signore ti ha già regalato il sogno più bello che tu potessi mai immaginare: la tua coppia, la tua famiglia. Magari si è un po’ spento con nel corso degli anni, forse qualche nottata è assomigliata più ad un incubo che ad un sogno, ma oggi il Signore vuole incontrare di nuovo il tuo sguardo con gli occhi di chi hai vicino a te. Oggi Gesù vuole trasformare l’ordinarietà della tua vita in qualcosa di straordinario. Getta le reti sulla sua parola. Fidati di Lui. Ritorna ad amare il tuo coniuge con lo stesso amore con cui avete iniziato a costruire la vostra vita insieme. Gesù ha fatto il primo passo verso di te. Ora fai tu il primo passo verso tua moglie, fai il primo passo verso tuo marito.

 

venerdì 22 gennaio 2021

Convertitevi e credete nel Vangelo


Commento al Vangelo per bambini e ragazzi Mc. 1,14-20 - IIl Domenica del Tempo Ordinario Anno B - 24 Gennaio 2021

La Parola

Dal Vangelo secondo Marco

Mc 1,14-20

Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo». Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: «Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini». E subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, mentre anch'essi nella barca riparavano le reti. E subito li chiamò. Ed essi lasciarono il loro padre Zebedèo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui.

Parola del Signore

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La Riflessione

Se vi dicessi che dobbiamo inviare un messaggio a qualcuno come fareste? Innanzi tutto potremmo prendere un foglio di carta, scrivere il messaggio, piegarlo, metterlo in una busta e sigillarlo. O magari in una bottiglia e gettarlo a mare… meglio di no… Poi dovremmo scrivere il nome e l'indirizzo della persona a cui desideriamo trasmetterlo sulla busta, apporre un francobollo e lasciarlo nella cassetta postale più vicina. Un po’ quello che facciamo ogni anno quando scriviamo la nostra letterina a babbo Natale.

Certo oggi ci sono anche altri modi per mandare un messaggio. La posta elettronica, i messaggi di testo via telefono cellulare e tutte le App che ci permettono di scambiarci messaggi, foto, video e tutto quello che decidiamo di condividere.

Poi ci sono i social media, basta postare un messaggio su Facebook, Instagram, TickTock e nel giro di pochi istanti sarà già visualizzato da tantissime persone.

Visto come è facile trasmettere messaggi oggi? Al tempo di Gesù però non c’era un ufficio postale dove si poteva andare e inviare un messaggio. Non c’erano telefoni cellulari e computer, e se qualcuno aveva un messaggio da consegnare doveva farlo personalmente.

E questo è esattamente ciò che fece Gesù. Il Vangelo ci dice che Gesù viaggiò per tutta la Galilea, portando a tutti quelli che incontrava la buona notizia di Dio. "È giunto il momento", diceva Gesù "Il regno di Dio è vicino. Convertitevi e credete nel Vangelo!"

Gesù ha chiamato i suoi discepoli per consegnare la buona notizia a tutti. Si trovava lungo il litorale del lago di Tiberiade e vide dei pescatori che stavano facendo il loro lavoro: erano appena rientrati dalla pesca, e stavano lavando e ripiegando le reti.

A quel tempo, il mestiere del pescatore era considerato un mestiere per gente rude. Gesù avrebbe potuto scegliere persone apparentemente migliori per questo servizio, persone dotte e ricche. Invece scelse quattro pescatori e disse loro che li farà diventare pescatori di uomini!

Simone, Andrea, Giacomo e Giovanni lasciarono tutto e seguirono Gesù.

Il messaggio che Gesù stava inviando 2,000 anni fa è importante oggi come lo era allora. Ci sono ancora molte persone che hanno bisogno di ascoltare la buona notizia dell'amore di Dio per loro.

Ma come può Gesù recapitare questo messaggio oggi? Chi sono quei discepoli oggi?

Siete voi! Siamo tu ed io! Siamo noi i francobolli di Dio. Guardatevi attorno, siamo forme, dimensioni e colori diversi, ma siamo chiamati allo stesso scopo, a portare il messaggio dell'amore di Dio. Alcuni di noi possono essere chiamati a portare il messaggio alle persone in una terra lontana. Altri possono essere chiamati a portare il messaggio a un vicino proprio in fondo alla strada, o magari a casa propria, in famiglia.

La cosa importante è portare il messaggio. “Dio ti vuole bene!”

Bambini uniti di tutto il mondo

L'Impegno

Oggi Gesù ha un progetto da proporti! Non lo può portare avanti da solo, ha bisogno di te. Se un piccolo francobollo può portare un messaggio a qualcuno dall'altra parte del mondo, pensate che forza può avere ognuno di noi per portare l’amore di Dio ai nostri amici, familiari e vicini.

Buona missione e buona domenica!

mercoledì 20 gennaio 2021

Genitore 1

La famiglia indefinita

In un momento storico in cui i bambini e i ragazzi stanno pagando più di tutti gli effetti della pandemia, si è pensato bene di togliergli anche il padre e la madre

È notizia di questi giorni che in piena pandemia, con le scuole superiori ancora in didattica a distanza, i ragazzi chiusi in casa davanti ai computer, le famiglie divise fra l’incubo dello smart working e della perdita di troppi posti di lavoro, e i figli a cui sono state tolte tutte le occasioni di incontro e socializzazione, la ministra degli interni abbia reputato importantissimo abolire di nuovo le diciture “padre” e “madre” dalle carte d’identità e dai documenti dei minori di 14 anni o sui moduli d’iscrizione a scuola.

Maschio e Femmina li creò

Proprio in questo periodo Diane ed io stiamo leggendo il capitolo dedicato al sesto giorno della creazione del libro di Don Fabio Rosini: L’Arte di ricominciare, nella parte in cui commenta il versetto della benedizione. Dopo avere creato l’uomo a sua immagine, “maschio e femmina li creò”, “Dio li benedisse e Dio disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra».

Siate fecondi e moltiplicatevi. Ognuno di noi nella sua vita compie un viaggio che lo porta dall’essere figlio a padre, da figlia a madre. Diventare padre è il traguardo naturale della maturità maschile, come diventare madre è la compiutezza dell’evoluzione femminile.

“Madre” e “Padre” sono il nome di due relazioni

Quando un bambino nasce, la prima cosa che fa è piangere disperatamente per attirare l’attenzione di qualcuno che lo prenda in braccio, lo culli e lo nutra. Uno dei misteri più grandi della vita è vedere un neonato che per nove mesi si è nutrito attraverso il cordone ombelicale e ha vissuto immerso nella placenta, attaccarsi al seno della mamma e poppare come se lo avesse sempre fatto. 

La tenerezza di un neonato che cerca la sua mamma

L’evoluzione del bambino si basa sull’attaccamento alla mamma, su quel rapporto che nasce nella simbiosi che le due vite sperimentano durante i nove mesi della gestazione. Appena nato il bambino vuole la mamma, vuole quella donna che lo ha formato nel suo grembo, di cui conosce già la voce.

Una donna diventa madre già dal momento del concepimento. Per un uomo invece diventare padre è un processo.

Il padre è la persona che ha il compito biologico, di proteggere madre e bambino nei primi anni di vita quando il bambino è attaccato alla mamma e senza la sua presenza in natura non sarebbe nemmeno in grado di sopravvivere, e poi ha il compito di rompere questo rapporto madre-bambino per permettere al bambino di crescere.

I primi passi

C’è un famoso dipinto di Vincent Van Gogh, “I primi passi”, che rappresenta in modo vivo questa relazione.

Opera di Vincent Van Gogh sulla famiglia

L’opera ritrae una scena domestica, ambientata in un paesaggio rurale. Sullo sfondo si intravede una casa, sinonimo di vita, di sicurezza, di famiglia. La scena si svolge all’interno di un orto delimitato da uno steccato sul quale sono stesi alcuni panni bianchi, mossi da un soffio di vento.

L’artista non ha scelto di ambientare la scena su un comodo pavimento, né in un giardino, ma in un orto, su un terreno certamente un po’ accidentato ma anche lavorato e reso fertile in cui i frutti si coltivano attraverso un’attenta cura, lasciando loro il tempo necessario per la naturale maturazione.

Una donna chinata sorregge il suo piccolo, raffigurato con le braccia tese verso il padre. L’uomo vestito da contadino, è inginocchiato e ha le braccia protese in avanti per accogliere il bambino che sta muovendo i primi passi verso di lui. Il padre lascia a terra gli attrezzi da lavoro, e si abbassa all’altezza del figlio per incoraggiarlo e per favorirne l’arrivo.

Dei tre, solo il volto del figlioletto è visibile: mostra gioia, vitalità, fiducia. Il bambino è trattenuto dalla forza e dalla rassicurante tenerezza della mamma. Il padre lo sta attirando a sé e il figlio ha le braccia protese verso di lui, desideroso di chiudere lo spazio tra di loro. Le braccia aperte del padre donano al figlio quella fiducia che nasce dalla certezza che, alla fine del tentativo dei suoi primi passi autonomi, ci saranno la sicurezza e un abbraccio affettuoso. Un andare verso che crescendo diventerà un andare oltre.

Il mondo ha bisogno di padri

Un bambino ha bisogno di un padre che sia d’esempio, di un riferimento da imitare e di una madre che lo ami per diventare sicuro di sé e crescere sereno.

In un libro lo psicologo Roberto Marchesini scrive:

Il mondo ha bisogno di padri
Il padre, come ha scritto Sigmud Freud (1856-1939) padre della psicoanalisi, è colui che pone un limite; la madre eliminerebbe ogni ostacolo sulla strada del figlio; il padre testimonia che c’è qualcosa di più importante di sé, per la madre nulla è più importante del figlio; il padre insegna a soffrire, la madre prenderebbe su di se ogni infelicità del figlio; il padre educa a pagare, la madre vorrebbe estinguere con la vita ogni debito del figlio; il padre ricorda la rinuncia, la madre sogna che al figlio venga risparmiata ogni privazione; per la madre la vita del figlio è sacra, per il padre la vita va resa sacra (sacrificata) per gli altri, o per qualcosa di ancora più sacro; la madre dà la vita, il padre ha il compito sgradevole ma necessario di ripetere “ricordati che devi morire”. La madre insegna a vivere, il padre insegna a morire dopo aver dato uno scopo alla propria vita, e quindi essere vissuti con onore. Se non c’è nulla per cui valga la pena di spendere la vita, questo è ciò che vale la vita: nulla. Quanti giovani muoiono per il nulla, ossia dopo una serata di vuoto divertimento. Quanti dei suicidi dei nostri adolescenti e giovani sono la reazione di chi non sa come comportarsi di fronte a un fallimento. Quanti omicidi di giovani donne sono causati da un “no” detto a chi non ne aveva mai sentito uno, e che pensava che ogni suo desiderio fosse un ordine per gli altri”.

I diritti dei bambini

Sembra che qualcuno sia invece convinto che cambiando il linguaggio, cambi anche la realtà. Possiamo anche nasconderci dietro la lotta contro le discriminazioni, inventarci forme di ingegneria sociale ed applicarle all’anagrafica, ma le parole non potranno mai cambiare la verità. Un bimbo è figlio di un padre e di una madre, anche quelli orfani, quelli ottenuti tramite l’acquisto di seme da uno sconosciuto, e persino quelli comprati con l’utero in affitto.

Ricordo che quando ero piccolo sui documenti dei minori come sui libretti delle giustificazioni c’era la dicitura “padre, madre o chi ne fa le veci”. Chiesi a mia madre cosa significasse “chi ne fa le veci” e ricordo ancora la tenerezza con cui mi spiegò che ci sono bambini che purtroppo non hanno una mamma ed un papà e che quindi hanno qualcun altro che si occupa di loro, magari i nonni o gli zii.

Quando noi adulti parliamo in modo chiaro i bambini capiscono benissimo e la verità non produce mai discriminazione, nemmeno nei confronti dei minori che hanno subito la ferita della perdita di un genitore.

È ora di smetterla di utilizzare i bambini come oggetti delle speculazioni ideologiche degli adulti e capire che sono invece loro i soggetti portatori di diritti che devono essere difesi.

Di questo alla fine dei nostri giorni, ce ne chiederà conto l’unico Genitore 1: “Chi invece scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, gli conviene che gli venga appesa al collo una macina da mulino e sia gettato nel profondo del mare”. Mt. 18,6

venerdì 15 gennaio 2021

Venite e Vedrete

 

Commento al Vangelo per bambini e ragazzi Gv. 1,35-42 - Il Domenica del Tempo Ordinario Anno B - 17 Gennaio 2021

La Parola

Dal Vangelo secondo Giovanni

Gv. 1,35-42

In quel tempo Giovanni stava con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l'agnello di Dio!». E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: «Che cosa cercate?». Gli risposero: «Rabbì - che, tradotto, significa maestro - dove dimori?». Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio. Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» - che si traduce Cristo - e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa» - che significa Pietro.

Parola del Signore 

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La Riflessione

Vi hanno mai invitato ad aiutare qualcuno ad organizzare una festa? Una festa di compleanno, una festa in parrocchia, o magari le feste di Natale in casa… Certo quest’anno ne abbiamo fatte davvero poche di feste, ma non preoccupatevi perché torneremo a farne tante…

Insomma, quando si organizza una festa ci sono tante cose da fare, ma si lavora con gioia, insieme ad altre persone. Ci si dividono i compiti. C’è chi pensa al cibo, chi alla musica, chi agli addobbi, e poi c’è la lista degli invitati. Ognuno fa la sua parte e dà il meglio di sé stesso in modo che la festa sia bellissima.

I preparativi possono durare anche diversi giorni e fra le persone che lavorano insieme si crea un senso di comunità, abbiamo tutti lo stesso obiettivo: creare qualcosa di bello che renda felici gli invitati.

Il Vangelo di oggi, con questo racconto, ci aiuta a capire come proprio grazie all’invito si è formato il gruppo dei primi discepoli di Gesù. L’evangelista Giovanni, infatti, ci offre alcune informazioni preziose, che di solito gli altri vangeli non riportano.

Giovanni è uno dei primissimi a seguire Gesù, pertanto non ci racconta qualcosa per sentito dire, ma è la sua esperienza, quello che è capitato a lui. In questo caso a lui, e al suo amico Andrea.

Cominciamo dall’inizio, allora. Giovanni ed Andrea, erano seguaci del Battista.

Erano andati più volte sulle rive del Giordano per ascoltarlo e probabilmente avevano anche ricevuto il Battesimo.

Giovanni e Andrea credono profondamente alle parole del Battista, e sanno che il tempo del Messia è ormai vicino. Desiderano incontrarlo, vederlo. Un po’ come succede a voi con il vostro idolo… ne sentite parlare, lo vedete in Tv, ma dentro di voi c’è un grande desiderio di vederlo, di incontrarlo davvero.

Ed ecco che un giorno proprio mentre i due giovani amici erano con Giovanni Battista, Gesù passa davanti a loro e il Battista, con voce sicura, lo indica a quelli che sono con lui: “Ecco l’agnello di Dio!”

Lo hanno finalmente trovato e Giovanni li invita a seguirlo e loro si incamminano dietro a Gesù immediatamente, senza dire nulla.

Gesù si volta, perché si accorge che lo stanno seguendo, e chiede loro: “Che cosa cercate?”

Presi dall’emozione, ma anche dal desiderio di stare insieme a lui, rispondono con un’altra domanda: “Maestro... dove abiti? Dov’è la tua casa?”

Già, sapere dove abita il nostro idolo ci permetterebbe di passarci davanti quando vogliamo, dandoci la possibilità di incontrarlo più spesso. Ma Gesù invece di dare loro un semplice indirizzo, li invitò a casa sua: “Venite e vedrete.”

Andrea e Giovanni non se lo fecero ripetere e rimasero con lui per tutto il resto del giorno.

Avete fatto caso alle parole precise che usa l’evangelista Giovanni a questo punto?

Giovanni scrive che erano più o meno le quattro del pomeriggio. Sembra un piccolo dettaglio, ma in realtà è molto importante!

Pensate che quando l’evangelista Giovanni incontra Gesù è poco più di un ragazzo, mentre quando scrive il brano del Vangelo è ormai un uomo molto vecchio! Sono passati tanti anni, ma quel suo primo incontro con Gesù è così importante, per lui, così prezioso, così stupendo, che ricorda ogni particolare, persino che ora era quando per la prima volta ha parlato con Gesù!

E tu ricordi la prima volta che hai parlato con Gesù? La prima volta che lo hai incontrato nella confessione, nel sacramento dell’eucarestia, la prima volta che nel silenzio della tua cameretta ti sei rivolto a lui nella preghiera?

Andrea era così felice per quell’incontro, che non poteva tenerselo per sé, e corse da suo fratello, corse da Simone… “Abbiamo trovato il Messia” gli disse… e quasi lo tirò per la tunica trascinandolo da Gesù… Un po’ quello che facciamo anche noi quando c’è qualcosa che ci appassiona e vogliamo a tutti i costi condividerlo con i nostri genitori o con i nostri fratelli e sorelle. Devono abbandonare tutto quello che stanno facendo e seguirci… ora…

Così fa Simone e si ritrova davanti a Gesù che lo guarda in viso e lo accoglie come uno dei suoi discepoli dandogli un nickname: Pietro.

Già, Gesù fa con Simone proprio come fate voi quando giocate alla playstation, gli dà un nickname che esprime un suo carisma, un aspetto importante del suo carattere: Simone diventa Pietro, la roccia.

Due bambini guardano il mare

L'Impegno

Vedete come è importante condividere le cose belle, la felicità. Il Battista invitò Giovanni ed Andrea a seguire il Signore. Gesù li invitò a casa sua "Venite e vedrete", ha detto. Quando Andrea poi scoprì chi Gesù era veramente, corse ad invitare suo fratello. E Simone detto Pietro invitò qualcun altro, e così via. Così sono cresciute le prime comunità cristiane.

I discepoli hanno lavorato insieme, hanno pregato insieme e si sono divertiti con gioia, con entusiasmo, proprio come quando si organizza una festa. Sono stati invitati per primi, ma non hanno voluto tenere quella gioia per sé stessi. Hanno continuato ad invitare altre persone. Ispirati da Gesù lavorarono per il bene degli altri.

Facciamo lo stesso. Quando accanto a noi c’è qualcuno che è triste, arrabbiato, o preoccupato, che ha bisogno di aiuto, invitiamolo alla festa di Gesù che è la gioia. Basta un gesto, una carezza, una parola, un sorriso.

Buona domenica

 

martedì 12 gennaio 2021

Le frasi da non dire ai vostri figli

Padre rimprovera il figlio

A volte diciamo cose che in realtà non pensiamo, ma che possono avere degli effetti devastanti sui nostri figli 

Questa mattina, dopo aver accompagnato Andrea a scuola, mi sono imbattuto in una scena che mi ha fatto riflettere.

Camminavo verso la macchina, quando sul marciapiede vidi da lontano un papà con suo figlio, fermi. Faceva particolarmente freddo e il bimbo, che avrà avuto sette o otto anni, era ben coperto con sciarpa e cappello. Il papà era ripiegato, con la schiena chinata in avanti e gli stava parlando. Sembrava una di quelle scene che si vedono ogni tanto la mattina davanti alle scuole primarie e che ti strappano un sorriso di tenerezza, ma mentre mi avvicinavo mi accorsi che non era così. Il bimbo era fermo, impietrito, gli occhi lucidi che trattenevano una lacrima. Il padre gli ripeteva in modo ossessivo la stessa domanda, aumentando di volta in volta il tono e l’aggressività della voce. Scesi dal marciapiede ed iniziai a camminare sulla strada per allontanarmi da loro, e proprio in quel momento finalmente il bimbo rispose, con voce tremante. “In giardino”. Il padre chiuse l’argomento con una sonora parolaccia, si rimise diritto in piedi e lo spinse leggermente per farlo ricominciare a camminare.

Gli occhi di quel bimbo e la sua voce mi hanno spezzato il cuore. Mi sono rivisto in quel padre. Erano le 7.50 e già aveva perso il controllo.

I risvegli di una famiglia non sono certo come quelli delle pubblicità. La sveglia, i musi di chi non vuole alzarsi, il freddo e il tempo brutto, qualche capriccio dei più piccoli, i primi dispetti che iniziano appena i fratelli si incontrano fuori dalle camere, il bagno occupato e poi lui: l’orologio. L’oggetto senza pietà per noi genitori. Corre sempre troppo in fretta.

Certo non tutte le mattine sono uguali, ce ne sono anche di serene, e in quel caso quanto è bello ringraziare il Signore nella preghiera per la serenità che ci dona, ma per quel papà, questa mattina deve essere stata proprio dura. Non so quale fosse il suo problema, non so quale fosse l’argomento che lo ha portato ad arrabbiarsi così tanto con suo figlio, ma ho visto da spettatore una scena che troppe volte mi ha visto esserne il protagonista. E non mi è piaciuta. In quel papà ho visto me stesso. E non mi sono piaciuto. Negli occhi di quel bimbo ho visto gli occhi dei miei figli, e mi ha fatto male.

I ricordi

Mi sono seduto in macchina e nel tragitto fino al lavoro mi sono ritornati in mente alcuni dei momenti più duri vissuti con i miei figli. Sono ancora là, vivi nella memoria, impressi nell’anima, perché mi hanno fatto male, hanno lasciato un segno. Mi sono chiesto se per i miei figli fosse lo stesso, poi d’improvviso mi sono tornati in mente le situazioni che ho vissuto da bambino. I momenti in cui i miei genitori hanno perso le staffe. Sono ancora là, vivi nella memoria, impressi nell’anima, perché mi hanno fatto male, hanno lasciato un segno. E mi si è gelato il sangue.

Ho ripensato alle parole con cui il caro Mons. Carlo Rocchetta chiude le sue giornate dedicate alle famiglie, quando rivolgendosi ai genitori dice: “Il mio ultimo consiglio è: cercate di sbagliare il meno possibile.”

Ragazzo triste seduto su un prato

Il primo errore che facciamo è quello di trattarli da grandi, di pretendere che si comportino da adulti, quando hanno tutto il diritto di essere bambini, di essere ragazzi. Ma noi siamo presi dalla vita, dal lavoro, dalle faccende di casa, da quell’orologio che non la smette di correre. E non abbiamo più tempo. Non abbiamo tempo di fermarci ad osservare i nostri figli crescere, di prenderli per mano ed aiutarli a diventare grandi. In un certo senso vorremmo che già lo fossero, per poi pentircene quando lo diventeranno.

E allora ci dimentichiamo che sono un dono di Dio, che sono piccole anime affidate alle nostre mani. Che la loro vita dipenderà dai nostri comportamenti, dal modo in cui viviamo e li educhiamo, dal modo in cui ci amiamo o litighiamo nella coppia, dalle nostre parole.

Già, le nostre parole. Armi che possono lasciare cicatrici nell’anima che non si cancelleranno mai più.

Mons. Carlo Rocchetta ci ripete in continuazione che anche il rimprovero verso i figli deve avere una caratterizzazione positiva. Che il modo in cui riprendiamo i nostri figli, soprattutto in tenera età, è fondamentale per la formazione della loro personalità, per la percezione che avranno di sé stessi. I bambini diventano ciò che noi diciamo loro di essere. Se dirò a mio figlio in continuazione “sei cattivo”, il rischio è che si convinca di essere cattivo. Mi si chiude ancora lo stomaco quando ripenso a quella volta che Miguel mi guardò con gli occhi pieni di lacrime e mi disse: “io non sono cattivo”.

Stiamo attenti alle nostre parole

Siamo noi che dobbiamo essere d’esempio per i nostri figli. E un genitore che perde le staffe, urla, usa le mani e insulta, non dà sicuramente il buon esempio.

Fermati un istante e ripensa a tutte quelle volte che non ci sei riuscito. A tutte quelle volte che hai perso il controllo, a quando hai fatto vincere la rabbia e hai perso tu.

In quei momenti rischiamo di dire frasi che possono avere effetti che vanno ben al di là di quanto possiamo immaginare. La rabbia, la stanchezza e la frustrazione che derivano dai problemi quotidiani, possono esasperarci a tal punto da farci dire cose che in realtà non pensiamo, ma che possono avere degli effetti devastanti sui nostri figli.

Padre e figlio in un abbraccio

I nostri figli, soprattutto quelli più piccoli, credono a tutto ciò che diciamo. Per loro siamo una fonte affidabile di informazioni e soprattutto la principale fonte d’amore. Tutti abbiamo bisogno di sapere che siamo amati e desiderati, indipendentemente dagli errori che commettiamo.

Impegniamoci a fare in modo di non danneggiare l’autostima dei nostri figli con aggettivi negativi, o peggio ancora con insulti. Il nostro ruolo è quello di riconoscere i loro punti di forza e di incoraggiarli.

“Un figlio – ha detto il Papa - lo si ama perché è figlio: non perché sia bello, e perché sia così o cosà; no, perché è figlio! Non perché la pensa come me, o incarna i miei desideri. Un figlio è un figlio: una vita generata da noi ma destinata a lui, al suo bene, al bene della famiglia, della società, dell’umanità intera”.

  

venerdì 8 gennaio 2021

Il Battesimo di Gesù

Commento al Vangelo per bambini e ragazzi Mc. 1, 7-11 - Il Battesimo del Signore 10 Gennaio 2021

La Parola

Dal Vangelo secondo Marco

Mc 1,7-11 

In quel tempo, Giovanni proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo». Ed ecco, in quei giorni, Gesù venne da Nàzaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni. E, subito, uscendo dall'acqua, vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere verso di lui come una colomba. E venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l'amato: in te ho posto il mio compiacimento». 

Parola del Signore

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La Riflessione

Vi siete mai chiesti cosa desiderate fare da grandi?

Sicuramente ognuno di voi ha un desiderio, un sogno per la propria vita. Medico, calciatore, astronauta, cantante, maestra, ballerina...  Tutti lavori belli e importanti...

Quando pensiamo ad uno di questi mestieri, ci viene sempre in mente un esempio, un personaggio che prendiamo come modello per la nostra scelta, qualcuno che quel mestiere lo fa veramente bene e che ci ispira fiducia. Ma c’è anche chi quel mestiere non riesce proprio a farlo bene.

Questo succede perché dietro ad ogni mestiere c’è un uomo, una donna. Una persona che non deve solo essere capace di esercitare la sua professione, ma che deve anche essere responsabile, buona, generosa, disponibile, attenta agli altri, capace di rispetto, di accoglienza, di perdono, di giustizia, di verità.

Questo perché ogni lavoro acquista valore non solo per quello che rappresenta, ma a seconda del modo in cui lo pratichi. Se lo vivi da persona egoista pensando solo ai tuoi interessi, allora la professione che eserciti diventa un brutto lavoro, sbagliato, perché non aiuta gli altri, non aiuta la società, non la fa crescere, non costruisce qualcosa di bello.

Il Vangelo di oggi, con questo racconto, ci parla dell'inizio della missione di Gesù. Ci racconta che Gesù, un giorno, decise di andare al fiume Giordano dove Giovanni battezzava le persone che avevano deciso di cambiare vita e di ritornare a Dio.

Gesù non aveva bisogno del battesimo per lavare i suoi peccati come gli altri uomini, ma la sua immersione nell'acqua del Giordano significa qualcosa di molto più forte e importante, significa che Gesù stava accettando di compiere la sua missione, donando tutto sé stesso per gli altri, per noi. Fino ad offrirci tutto il suo amore morendo per noi sulla croce. Il segno dell'immersione nell'acqua del Giordano dice proprio questo: Gesù muore e poi risorge.

Dovete sapere che da quel momento Gesù non è più tornato a casa da sua mamma, ma ha iniziato ad andare in giro per la Palestina a far conoscere a tutti l'amore di Dio. Ci ha dato l'opportunità di chiamare Dio "Padre", di imparare a conoscerLo, di cominciare a comprendere che non siamo soli, ma che Dio, attraverso Gesù, ci sta accanto e ci ama per quello che siamo.

Insomma per Gesù, il Battesimo ha segnato un grande passaggio, ed ecco che Dio, che lo sa, lo incoraggia e gli ricorda il suo amore "Tu sei il Figlio mio, l'amato: in te ho posto il mio compiacimento".

Il Vangelo ci insegna oggi ad aprire il cuore. Ci ricorda che Dio, nel pensare a noi, nel crearci, ha voluto donare al mondo persone che lo potessero rendere migliore, che lo potessero colorare di pace, di bontà, di gioia, di perdono, di misericordia, di giustizia, di tenerezza, di felicità, di attenzione, di accoglienza. Tu, io siamo questo dono. Possiamo fare il lavoro più importante o anche quello più umile, ma se riusciamo a capire che siamo nati e viviamo per amare le persone che incontriamo come Dio ci ama, abbiamo una missione importante, unica, che solo ciascuno di noi è capace di realizzare.

ragazzi uniti che portano gioia e amore al mondo

L'Impegno

Il tempo del Natale è terminato, ma la missione di Gesù non finisce. Lui vuole portarla a compimento ed ha bisogno di noi, del nostro aiuto.

Impegniamoci a camminare insieme e a portare questo amore a tutti quelli che incontriamo a scuola, a casa, nello sport, in parrocchia, per aiutarci ad essere, come Lui, figli.

Vi è mai capitato di trovarvi a capire che qualcuno che conoscete aveva bisogno del vostro aiuto? Cosa avete fatto in quel momento? Come vi ha aiutato il Signore in quel momento?

martedì 5 gennaio 2021

The Family Man


La bellezza della famiglia

Svegliarsi una mattina e ritrovarsi nella vita che avresti potuto vivere se avessi fatto scelte diverse

Questo film era nella lista di quelli da vedere già da un po’, ma poi per un motivo o per l’altro è sempre rimasto lì, fino a qualche sera fa. Eravamo con una coppia di sposi amici e fratelli, che avevano visto il film qualche giorno prima e Fabio se ne esce con una delle sue domande: “Fino a che punto saresti pronto a sacrificare qualcosa a cui tieni per amore di tua moglie?"

Una domanda, una delle tante che affollano i nostri pensieri. Una di quelle che ci fa fermare a riflettere. Proprio come il film che ruota appunto attorno ad una domanda che almeno una volta nella vita ci siamo posti tutti.

“Come sarebbe stata la mia vita se…”

Sì perché almeno una volta nella vita ci siamo tutti trovati davanti una scelta che, più o meno consapevolmente, avrebbe potuto cambiare il nostro futuro, la nostra condizione, il nostro carattere ed il modo di affrontare le situazioni.

Ed è proprio da qui che inizia il film, da una scelta che cambierà completamente la vita del personaggio principale. Una coppia di fidanzati all’aeroporto. Lui sta partendo per Londra, per un lavoro, per dare inizio alla sua carriera. Biglietto, passaporto e carta d’imbarco in mano. Lei lo guarda, gli occhi le si riempiono di lacrime e trova il coraggio di chiedergli di non partire perché sente che quell’aereo che sta per decollare si porterà via il loro futuro insieme. Non le importa delle loro possibili carriere, del successo personale, del futuro nella city. “Io scelgo noi” Queste sono le ultime parole che riesce a pronunciare prima di vederlo girarsi ed entrare nel tunnel d’accesso all’aereo.

Successo o Famiglia

Ed ecco la svolta, tredici anni dopo Jack ha tutto (o quasi) quanto un uomo potrebbe desiderare:  una Ferrari, un costoso attico e un lavoro grazie al quale sta per guadagnare altre montagne di soldi. Per lui il lavoro è tutto, perciò anche costringere colleghi e subordinati a lavorare a Natale senza interessarsi minimamente del fatto che abbiano una famiglia non è un problema.

La sorpresa

Ma la vita gli riserva una sorpresa. Proprio la mattina di Natale Jack si risveglia in una vita che non è affatto quella vissuta fino a quel momento; l’attico a New York è diventato un disordinato appartamento nel New Jersey, e accanto a lui c’è Kate, la sua ex fidanzata lasciata al momento di trasferirsi a Londra per lavoro. Come se non bastasse Jack si scopre anche padre di due bambini.

E lo squalo di Wall Street si ritrova di colpo padre di famiglia. Hanno così inizio una serie di incredibili sorprese, attraverso le quali Jack si troverà a rivalutare la sua vita, desiderando di poter tornare indietro e rimediare all’errore di aver lasciato Kate, mai realmente dimenticata.

D’accordo, in poche righe sono riuscito a “spoilerare” la trama del film, ma credetemi vale davvero la pena di sedersi comodi in poltrona e goderselo, perché è un film che ti porta a riflettere sulla tua vita, sulle tue scelte e su ciò che ha davvero valore.

Un film che ha dato ancora più sapore alle scelte fatte da Diane e me nella nostra vita insieme. Scelte difficili, a volte sofferte, ma che ci hanno sempre portato a mettere la famiglia davanti al lavoro, alla carriera, al successo, anche quando apparentemente non ci mancava nulla, anche quando la vita stava puntando in alto, la carriera stava per spiccare il volo.

Il lettone con i figli

Io scelgo noi

Se sei un uomo e stai leggendo questo articolo sai di cosa parlo. Sai che non c’è niente di più bello e più appagante al mondo che svegliarsi la mattina accanto alla donna che ami, sai che non c’è niente di più emozionante di vedere un figlio crescere. Sai che un giorno ti mancheranno quelle domeniche mattina in cui il lettone si riempiva con i figli che iniziavano a saltare da una parte all’altra.

Conosci quel formicolio allo stomaco che ti prende ogni volta che tua moglie si prepara per uscire e tu sai che nessuna è più bella di lei. Hai stampati nella mente e nel cuore il viso e gli occhi pieni di gioia dei tuoi figli mentre scartano i regali la mattina di Natale. Ti stai ancora asciugando le lacrime che hanno bagnato di commozione i tuoi occhi nei giorni più importanti della vita dei tuoi figli. La prima volta che li hai presi in braccio, il primo pannolino, il loro battesimo, la prima comunione, la prima volta che li hai visti indossare la divisa della loro squadra e scendere in campo, o un tutu per la danza. La prima volta che hanno suonato uno strumento in pubblico. Quando hai accompagnato tua figlia all’altare.

Sai che per quelli come noi, essere un vero uomo non significa sacrificare la famiglia per la carriera, o per i tuoi hobbies e i tuoi interessi. Sai che ciò che fa di te un uomo è sacrificare, far morire una parte di te, per far nascere il tuo matrimonio, per far crescere la tua famiglia, per dare vita a tua moglie ed un futuro ai tuoi figli.

Essere un uomo per noi significa essere un “family man”, un padre di famiglia, e sapere che tutto ciò di cui abbiamo bisogno, ce lo abbiamo sotto gli occhi, si sveglia con noi ogni mattina e si addormenta con noi ogni sera.

Riscopriamo la bellezza di essere mariti, di essere padri. Apriamo gli occhi e il cuore e rendiamoci conto che siamo stimati, a volte persino invidiati per quello che abbiamo. Non corriamo il rischio di giocarci tutto per qualcosa di effimero e insignificante, solo perché non apprezziamo la ricchezza che abbiamo.

La tua famiglia è la tua ricchezza.