martedì 12 gennaio 2021

Le frasi da non dire ai vostri figli

Padre rimprovera il figlio

A volte diciamo cose che in realtà non pensiamo, ma che possono avere degli effetti devastanti sui nostri figli 

Questa mattina, dopo aver accompagnato Andrea a scuola, mi sono imbattuto in una scena che mi ha fatto riflettere.

Camminavo verso la macchina, quando sul marciapiede vidi da lontano un papà con suo figlio, fermi. Faceva particolarmente freddo e il bimbo, che avrà avuto sette o otto anni, era ben coperto con sciarpa e cappello. Il papà era ripiegato, con la schiena chinata in avanti e gli stava parlando. Sembrava una di quelle scene che si vedono ogni tanto la mattina davanti alle scuole primarie e che ti strappano un sorriso di tenerezza, ma mentre mi avvicinavo mi accorsi che non era così. Il bimbo era fermo, impietrito, gli occhi lucidi che trattenevano una lacrima. Il padre gli ripeteva in modo ossessivo la stessa domanda, aumentando di volta in volta il tono e l’aggressività della voce. Scesi dal marciapiede ed iniziai a camminare sulla strada per allontanarmi da loro, e proprio in quel momento finalmente il bimbo rispose, con voce tremante. “In giardino”. Il padre chiuse l’argomento con una sonora parolaccia, si rimise diritto in piedi e lo spinse leggermente per farlo ricominciare a camminare.

Gli occhi di quel bimbo e la sua voce mi hanno spezzato il cuore. Mi sono rivisto in quel padre. Erano le 7.50 e già aveva perso il controllo.

I risvegli di una famiglia non sono certo come quelli delle pubblicità. La sveglia, i musi di chi non vuole alzarsi, il freddo e il tempo brutto, qualche capriccio dei più piccoli, i primi dispetti che iniziano appena i fratelli si incontrano fuori dalle camere, il bagno occupato e poi lui: l’orologio. L’oggetto senza pietà per noi genitori. Corre sempre troppo in fretta.

Certo non tutte le mattine sono uguali, ce ne sono anche di serene, e in quel caso quanto è bello ringraziare il Signore nella preghiera per la serenità che ci dona, ma per quel papà, questa mattina deve essere stata proprio dura. Non so quale fosse il suo problema, non so quale fosse l’argomento che lo ha portato ad arrabbiarsi così tanto con suo figlio, ma ho visto da spettatore una scena che troppe volte mi ha visto esserne il protagonista. E non mi è piaciuta. In quel papà ho visto me stesso. E non mi sono piaciuto. Negli occhi di quel bimbo ho visto gli occhi dei miei figli, e mi ha fatto male.

I ricordi

Mi sono seduto in macchina e nel tragitto fino al lavoro mi sono ritornati in mente alcuni dei momenti più duri vissuti con i miei figli. Sono ancora là, vivi nella memoria, impressi nell’anima, perché mi hanno fatto male, hanno lasciato un segno. Mi sono chiesto se per i miei figli fosse lo stesso, poi d’improvviso mi sono tornati in mente le situazioni che ho vissuto da bambino. I momenti in cui i miei genitori hanno perso le staffe. Sono ancora là, vivi nella memoria, impressi nell’anima, perché mi hanno fatto male, hanno lasciato un segno. E mi si è gelato il sangue.

Ho ripensato alle parole con cui il caro Mons. Carlo Rocchetta chiude le sue giornate dedicate alle famiglie, quando rivolgendosi ai genitori dice: “Il mio ultimo consiglio è: cercate di sbagliare il meno possibile.”

Ragazzo triste seduto su un prato

Il primo errore che facciamo è quello di trattarli da grandi, di pretendere che si comportino da adulti, quando hanno tutto il diritto di essere bambini, di essere ragazzi. Ma noi siamo presi dalla vita, dal lavoro, dalle faccende di casa, da quell’orologio che non la smette di correre. E non abbiamo più tempo. Non abbiamo tempo di fermarci ad osservare i nostri figli crescere, di prenderli per mano ed aiutarli a diventare grandi. In un certo senso vorremmo che già lo fossero, per poi pentircene quando lo diventeranno.

E allora ci dimentichiamo che sono un dono di Dio, che sono piccole anime affidate alle nostre mani. Che la loro vita dipenderà dai nostri comportamenti, dal modo in cui viviamo e li educhiamo, dal modo in cui ci amiamo o litighiamo nella coppia, dalle nostre parole.

Già, le nostre parole. Armi che possono lasciare cicatrici nell’anima che non si cancelleranno mai più.

Mons. Carlo Rocchetta ci ripete in continuazione che anche il rimprovero verso i figli deve avere una caratterizzazione positiva. Che il modo in cui riprendiamo i nostri figli, soprattutto in tenera età, è fondamentale per la formazione della loro personalità, per la percezione che avranno di sé stessi. I bambini diventano ciò che noi diciamo loro di essere. Se dirò a mio figlio in continuazione “sei cattivo”, il rischio è che si convinca di essere cattivo. Mi si chiude ancora lo stomaco quando ripenso a quella volta che Miguel mi guardò con gli occhi pieni di lacrime e mi disse: “io non sono cattivo”.

Stiamo attenti alle nostre parole

Siamo noi che dobbiamo essere d’esempio per i nostri figli. E un genitore che perde le staffe, urla, usa le mani e insulta, non dà sicuramente il buon esempio.

Fermati un istante e ripensa a tutte quelle volte che non ci sei riuscito. A tutte quelle volte che hai perso il controllo, a quando hai fatto vincere la rabbia e hai perso tu.

In quei momenti rischiamo di dire frasi che possono avere effetti che vanno ben al di là di quanto possiamo immaginare. La rabbia, la stanchezza e la frustrazione che derivano dai problemi quotidiani, possono esasperarci a tal punto da farci dire cose che in realtà non pensiamo, ma che possono avere degli effetti devastanti sui nostri figli.

Padre e figlio in un abbraccio

I nostri figli, soprattutto quelli più piccoli, credono a tutto ciò che diciamo. Per loro siamo una fonte affidabile di informazioni e soprattutto la principale fonte d’amore. Tutti abbiamo bisogno di sapere che siamo amati e desiderati, indipendentemente dagli errori che commettiamo.

Impegniamoci a fare in modo di non danneggiare l’autostima dei nostri figli con aggettivi negativi, o peggio ancora con insulti. Il nostro ruolo è quello di riconoscere i loro punti di forza e di incoraggiarli.

“Un figlio – ha detto il Papa - lo si ama perché è figlio: non perché sia bello, e perché sia così o cosà; no, perché è figlio! Non perché la pensa come me, o incarna i miei desideri. Un figlio è un figlio: una vita generata da noi ma destinata a lui, al suo bene, al bene della famiglia, della società, dell’umanità intera”.

  

1 commento:

  1. Bellissimo articolo che sta qui a sottolineare come NON si nasca genitori e che troppo spesso i corsi, ad essi dedicati per evitare errori che possano lasciare nei figli dei segni indelebili, vengano snobbati dai più...
    Un abbraccio e a presto
    Alex

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