venerdì 19 marzo 2021

Cosa avrebbe fatto San Giuseppe, se fosse vissuto in questo tempo?

Un anno dedicato a San Giuseppe

Dialogo fra un padre e San Giuseppe su famiglia e pandemia 

Vivendo a Loreto, abbiamo la grazia di poter andare spesso a pregare fra le mura della Santa Casa, toccando quei mattoni che sono stati testimoni della vita della Santa Famiglia. Nel silenzio di quel luogo sacro, con la mano appoggiata sui freddi mattoni, mi rivolgo spesso a San Giuseppe, l’uomo che senza voler capire, ha lasciato completamente le redini della sua vita nelle mani di Dio.

Chiedo a lui la forza del silenzio, per saper tacere quando invece l’impeto irrazionale mi porterebbe ad arrabbiarmi fuori misura e a dire cose che in realtà non penso. Chiedo a lui l’umiltà che mi consenta di mettere da parte il mio io, per far spazio alla volontà del Signore, al suo progetto d’amore per me, per il nostro matrimonio, per i nostri figli. E chiedo a lui la saggezza e la capacità di guardare sempre a mia moglie e ai miei figli con quello sguardo d’amore che lui ha sempre avuto per Gesù e Maria. Gli parlo, mi confido, chiedo consigli, soprattutto nei momenti più difficili delle relazioni familiari.

Le tre pareti originali della Santa Casa di Nazareth a Loreto

Domenica in zona rossa

Domenica scorsa mi sono svegliato presto, il cane aveva bisogno di uscire, e sono rimasto in piedi a preparare la colazione. Mentre trafficavo con pancakes ed arance da spremere, ho iniziato a pensare ad un’ennesima domenica da passare chiusi in casa, in zona rossa, con una figlia grande che non vedo da quasi due mesi e due ragazzi chiusi in casa davanti agli schermi di questi computer da troppo tempo.

Li vedo perdere lentamente l’interesse per ogni cosa. Stanno perdendo l’entusiasmo, la voglia di fare, di creare, persino di uscire di casa. Questo incubo dura da troppo tempo, stiamo rubando loro il tempo più bello, quello più importante per la loro crescita. Hanno bisogno di interagire, incontrarsi, scontrarsi, innamorarsi, confrontarsi. E invece li abbiamo rinchiusi fra quattro mura davanti ad una scatola che pretende di istruirli, stiamo trasformando le loro relazioni in messaggi di testo, le loro emozioni in emoticon, le loro esperienze in informazioni dettate da un mondo irreale.

Il dialogo

Alzo gli occhi e gli chiedo: "San Giuseppe, ma se tu fossi vissuto in questo tempo, cosa avresti fatto?"

La prima risposta che mi viene in mente è: “Sarei scappato, come sono scappato in Egitto per salvare Gesù bambino”. Già, scappare, ma questo io l’ho già fatto. Sono scappato dal Rwanda con Valentina durante la guerra per portarla in salvo ricominciando da zero. Ho messo la famiglia su un aereo e li ho portati fuori dal paese in cui vivevamo nel 2013, quando qualcuno ha deciso di appropriarsi di tutto quello che avevamo costruito con il nostro lavoro e i nostri sacrifici passando anche sopra i nostri corpi se necessario. Ho abbandonato tutto ancora una volta per il bene di tutti noi. E abbiamo ricominciato.

Ma lui continua a parlare: “Sì, ma poi sono tornato…”
È vero, hai seguito le indicazioni di Dio e hai portato Gesù a Nazareth, perché si compisse la profezia. Gli hai insegnato a camminare, a lavorare, ad essere un uomo. L’hai cresciuto in sapienza, età e grazia, tenendolo per mano.

E io, cosa posso fare?
“Fai come me, non farti troppe domande, fai sempre del tuo meglio, e lascia fare a Dio”.
San Giuseppe l'uomo dei sogni

Mi viene in mente la figura di San Giuseppe dormiente, l’uomo dei sogni con i piedi ben piantati per terra. Era proprio nei sogni che Dio gli parlava. Un’immagine che suggerisce appunto la calma e la volontà di San Giuseppe di “dormirci su”, di non prendere decisioni avventate, di lasciarsi guidare, e lasciar fare a Dio che a suo tempo compie ciò che è meglio per noi.

San Giuseppe si è affidato completamente a Dio, gli ha donato la sua vita, e ha avuto la grazia, il privilegio e l’onore di crescere il figlio di Dio, di essere la sua prima guida su questa terra, di tenerlo fra le braccia, di coccolarlo, di giocarci. La santa famiglia non era certo ricca, ma non mancava loro nulla, perché avevano l’Amore e Dio non ha fatto mai mancare loro la sua Provvidenza.

La risposta

E io, mi fido ancora di questo Amore, credo davvero alla Provvidenza? Ecco la risposta, ecco la guida: “Affidati”. Che non significa, fregatene, perché tanto ci pensa Dio, ma significa non essere ansioso. Tutti sbagliamo, tutti diciamo e facciamo cose di cui ci pentiamo.

San Giuseppe ci insegna ad amare e a donarci. Amare senza condizioni nostra moglie, proteggere e difendere la nostra famiglia, essere un esempio di fede e integrità per i nostri figli. Donare noi stessi, il nostro tempo, il nostro amore, le nostre attenzioni, anche i nostri difetti, perché vedendoli e riconoscendoli, i nostri figli capiscano che anche un uomo a volte può essere fragile, anche un uomo può avere momenti di debolezza, anche un padre può sbagliare.

L’impegno

Cari padri, in questo anno dedicato a San Giuseppe, nel giorno della sua festa, prendiamoci questo impegno: quando saremo assaliti dai “perché” e dai “se”, fermiamoci, volgiamo lo sguardo a lui, e riascoltiamo le parole di Gesù: «Non preoccupatevi dunque dicendo: “Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?”. Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno. Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta». Mt. 6, 31-33

Buona festa


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